I traduttori arrow Copertina e indice arrow Capitolo 2 arrow 2.1 Petrolio in caduta libera
Advertisement

Scegli la grafica di lettura se hai problemi di visualizzazione

sg-summer

Chi e' online

Abbiamo 18 visitatori online

Visite

mod_vvisit_counterOggi61
mod_vvisit_counterIeri210
mod_vvisit_counterQuesta settimana495
mod_vvisit_counterQuesto mese1411
mod_vvisit_counterDal 10 giugno 2008210171

PayPal Button

Support Dona in making a small donation:

Designed by:
SiteGround web hosting Joomla Templates
E-mail
PIANO B 3.0 Mobilitarsi per salvare la Civiltà - Capitolo 2 PICCO DEL PETROLIO E SICUREZZA ALIMENTARE

2.1 PETROLIO IN CADUTA LIBERA

 

 

Quando il prezzo del petrolio balzò oltre i 50 dollari al barile, l’attenzione generale si concentrò per la prima volta sull’entità delle riserve petrolifere mondiali, e in particolare sul momento in cui il picco avrebbe segnato l’inizio del declino della produzione. Sebbene non vi sia un consenso unanime, molti analisti di fama pensano infatti che il picco sia imminente.7

Esistono varie modalità di approccio nelle previsioni petrolifere. Le compagnie petrolifere, le società di consulenza, le commissioni governative si basano ampiamente su modelli computerizzati per prevedere andamenti estrattivi e quotazioni. Come per qualsiasi modello, i risultati sono soggetti ad ampie variazioni, a seconda della qualità dei dati e dei presupposti che ne regolano le modalità di inserimento. Un altro approccio si avvale dei rapporti reciproci tra riserve e produzione per estrapolare gli andamenti produttivi futuri. Di questa metodica si rese pioniere il leggendario M. King Hubbert, geologo prima della Shell e poi della U.S. Geological Survey. Data la natura della produzione petrolifera, egli teorizzò la prevedibilità del tempo che intercorre tra il picco delle nuove scoperte e quello della massima produzione. Constatando che il ritrovamento di nuovi giacimenti negli Usa aveva raggiunto il picco nel 1930, Hubbert predisse nel 1956 che la produzione di petrolio degli Stati Uniti avrebbe toccato il massimo nel 1970. Previsione che si è poi rivelata esatta. Il suo elementare modello, che si è correttamente replicato anche per altre nazioni, è attualmente utilizzato da molti analisti petroliferi.8

Un terzo approccio divide in tre gruppi i maggiori paesi produttori: quelli che mostrano un calo estrattivo, quelli dove la produzione è ancora in crescita e quelli che sono prossimi alla flessione. Tra i maggiori paesi produttori i risultati indicano che sono circa 12 quelli che hanno una flessione e 9 quelli che presentano un aumento della produzione.9

Tra i paesi che hanno già superato il picco estrattivo, contiamo gli Stati Uniti, che hanno raggiunto il picco con 9,6 mb/g (milioni di barili al giorno) nel 1970, e sono scesi poi a 5,1 mb/g nel 2006, con un declino del 47%; il Venezuela che ha raggiunto il massimo estrattivo nel 1970; e i due paesi produttori del Mare del Nord, il Regno Unito e la Norvegia, al picco rispettivamente nel 1999 e nel 2000.10

Tra i paesi in fase pre-picco emerge la Russia, ad oggi il leader nel mondo per la produzione di petrolio, avendo superato l’Arabia Saudita nel 2006. Altri due paesi sono potenzialmente in grado di aumentare ancora la produzione: il Canada, principalmente grazie alle sue sabbie bituminose, e il Kazakistan, che sta avviando il giacimento di Kashagan nel Mar Caspio. La lista degli altri paesi pre-picco include: Algeria, Angola, Brasile, Nigeria, Quatar e gli Emirati Arabi Uniti. La Libia, che ora produce 1,7 milioni di barili al giorno, pianifica di raddoppiare la sua produzione a più di 3 milioni, prossimi ai 3,3 milioni di barili al giorno del 1970.11

Nel gruppo successivo, che comprende i paesi prossimi al declino produttivo, troviamo l’Arabia Saudita, il Messico e la Cina. Ma il più grande punto interrogativo è proprio l’Arabia Saudita, le cui autorità continuano ad affermare di essere in grado di aumentare la propria produzione. Eppure il giacimento gigante di Ghawar, che ha fornito la metà del petrolio saudita per decenni, è vecchio di 50 anni: molti analisti lo considerano già negli anni del declino. Con il giacimento incoronato come il più esteso di tutti i tempi, e altri vecchi pozzi, ormai largamente sfruttati, rimane da verificare se le capacità produttive dei nuovi giacimenti saranno sufficienti a compensare il declino dei giganti. Come un segno di cattivo presagio, la produzione petrolifera saudita per i primi otto mesi del 2007 è stata di 8,37 mb/g, mostrando un calo del 6% rispetto ai 8,93 mb/g del 2006. Se l’Arabia Saudita non dovesse riuscire a superare sensibilmente il suo attuale livello estrattivo, cosa che ritengo probabile, allora il picco del petrolio è davvero alle porte.12

In Messico, il secondo fornitore degli Usa dopo il Canada, la produzione sembra aver raggiunto il picco massimo nel 2004 con 3,4 mb/g. Il geologo statunitense Walter Youngquist afferma che Cantarell, il principale giacimento del paese, è entrato nella fase di rapido declino. Ciò potrebbe trasformare il Messico in un paese importatore a partire dal 2015. Anche la produzione cinese, di poco superiore a quella messicana, potrebbe essere in procinto di entrare nell’anno del suo picco. È quindi lecito porsi la domanda: è possibile che la produzione di petrolio nei paesi che mostrano una produzione crescente possa compensare il declino prossimo venturo nei paesi post-picco?13

Un altro indicatore delle previsioni relative alla produzione di greggio è lo stesso comportamento delle compagnie petrolifere. Sebbene le quotazioni del petrolio siano cresciute ben al di sopra dei 50 dollari al barile, non ci sono stati evidenti incrementi nell’esplorazione e nello sviluppo. Ciò suggerisce che le compagnie petrolifere sono in linea con quanto affermano i geologi petroliferi, ovvero che nel mondo intero è stato già scoperto il 95% di tutto il petrolio totale. Il geologo indipendente Colin Campbell afferma che “l’intero pianeta è stato già scandagliato con metodiche di tipo sismico e tutti i dati esaminati. Le conoscenze di esplorazione geologica si sono enormemente accresciute negli ultimi 30 anni, ed è attualmente praticamente impossibile che si scoprano nuovi giacimenti giganti”. Il risultato finale è che le riserve petrolifere delle principali compagnie si stanno riducendo di anno in anno.14

 

 

Sadad al-Husseini, l’ex responsabile dell’esplorazione e dell’estrazione della compagnia di bandiera saudita Aramco, in un’intervista ha fatto notare che il quantitativo di nuovo petrolio reso disponibile al consumo dovrebbe essere sufficiente a coprire sia la crescita annuale della domanda mondiale di due milioni di barili al giorno, sia il declino annuale nella produzione di oltre quattro milioni di barili quotidiani. “Ciò corrisponde a una nuova intera Arabia Saudita ogni due anni”, afferma Husseini. “Ciò non è sostenibile”.15

L’evidenza geologica suggerisce che la produzione di petrolio raggiungerà il picco in anticipo sul previsto, non in ritardo. Matt Simmons, un importante investitore petrolifero, afferma a proposito dei nuovi giacimenti: “Abbiamo esaurito i progetti davvero promettenti. Non è una questione di soldi... se le compagnie petrolifere avessero in cantiere fantastici progetti, sarebbero là fuori a sviluppare nuovi giacimenti petroliferi”. Kenneth Deffeyes, geologo molto stimato ed ex dipendente petrolifero ora alla Princeton University, ha detto nel suo libro Beyond Oil (Oltre il petrolio) del 2005: “Sono convinto che il picco del petrolio avverrà alla fine del 2005 o nei primi mesi del 2006”. Walter Youngquist e A.M. Samsam Bakhtiari dell’Iranian National Oil Company sono stati entrambi concordi nel prevedere che la produzione mondiale avrebbe raggiunto il picco nel 2007.16

È piuttosto probabile che Deffeyes, Youngquist e Bakhtiari siano andati molto vicini alla linea di demarcazione. L’International Energy Agency (IEA) riporta che la produzione mondiale di petrolio di 84,39 milioni di barili al giorno nel 2005 è salita a 85,01 milioni nel 2006. Nei primi nove mesi del 2007 la produzione media è stata di 84,75 milioni di barili al giorno, leggermente inferiore al 2006. Sebbene la produzione negli ultimi tre mesi dell’anno potrebbe salire fino a superare quella del 2006, siamo al limite. Che ciò accada o meno, vi è una chiara perdita di vigore nella crescita della capacità produttiva che, di fronte alla crescente domanda di petrolio, si manifesterà quasi certamente in prezzi del greggio più elevati nel breve termine.17

Un ulteriore sistema per prevedere la produzione petrolifera consiste semplicemente nel guardare l’età dei maggiori giacimenti. Tra i 20 più grandi mai scoperti, 18 lo furono tra il 1917 (Bolivar in Venezuela) e il 1968 (Shaybah in Arabia Saudita). Le due scoperte più recenti, Cantarell in Messico e il giacimento di Baghdad Est in Iraq, furono effettuate negli anni ’70, ma nessun’altra si è verificata in seguito. Persino Kashagan, l’unico grande giacimento degli ultimi decenni, non rientra tra i top 20 di tutti i tempi. Sarà di difficoltà crescente compensare un così gran numero di giacimenti in fase di invecchiamento e in declino con nuove scoperte, o con una produzione incrementata da parte dei vecchi giacimenti con nuove tecniche estrattive.18

Se il 2006 si trasformerà nell’anno del picco storico della produzione mondiale di petrolio, e se l’andamento estrattivo dovesse seguire una curva a campana, laddove la forma della curva sulla parte ascendente e discendente è più o meno simmetrica (come la classica curva del picco di Hubbert), allora possiamo utilizzare le tendenze storiche per stimare approssimativamente l’andamento futuro. Mentre nei decenni recenti la politica e la finanza hanno influenzato i livelli della produzione di petrolio, oggi ci stiamo spostando in un’epoca di declino in cui sarà la geologia che determinerà in larga misura le tendenze produttive.

Basandoci su questo, per prevedere la produzione petrolifera dall’anno del picco nel 2006 fino al 2020, dobbiamo semplicemente andare all’indietro di 14 anni, al 1992. La produzione in quell’anno fu in media di 67 milioni di barili al giorno. Poi è arrivata a 85 milioni di barili al giorno nel 2006, con un incremento di 18 milioni di barili al giorno. Se il declino produttivo dovesse essere simmetrico, allora la produzione giornaliera nel 2020 dovrebbe tornare a 67 milioni di barili, con un decremento del 21%. Assumendo un ritmo di crescita della popolazione mondiale dell’1,1% dal 2006 al 2020, per un totale del 16%, la disponibilità di petrolio per individuo scenderebbe di un drammatico 32% in appena 14 anni. In evidente contrasto con questa previsione di 67 milioni di barili giornalieri nel 2020, basata sulla curva di Hubbert, l’International Energy Agency prevede una produzione mondiale nel 2020 di 106 milioni di barili al giorno.19 
 
Se la produzione dimostrerà di avere raggiunto il picco nel 2006, e se la produzione futura non dovesse seguire la curva di Hubbert, quali sono le altre possibilità? Una è la ricerca di giacimenti in località ancora più remote. Una parte di quel 5% di petrolio convenzionale non ancora scoperto potrebbe trovarsi nel Polo Artico. Con la prospettiva di un oceano artico libero dal ghiaccio nel giro di pochi decenni, i paesi confinanti cominciano a prendere in considerazione l’esplorazione petrolifera all’interno di quella regione. La ricerca di petrolio aumenterà quindi le già numerose rivendicazioni geopolitiche, su chi ha il controllo di quale parte del Polo Artico e su quali legislazioni ambientali dovrebbe regolare lo sfruttamento di un qualsiasi giacimento petrolifero scoperto in quell’area. A parte il petrolio convenzionale, che può essere agevolmente pompato in superficie, grandi quantità di petrolio sono conservate nelle sabbie bituminose e possono essere prodotte dagli scisti bituminosi. Il deposito di sabbie bituminose di Athabasca in Alberta, Canada, potrebbe racchiudere 1.800 miliardi di barili, dei quali comunque solamente circa 300 miliardi sarebbero utilizzabili. Anche il Venezuela possiede vasti depositi di petrolio super pesante, stimati in 1.200 miliardi di barili, dei quali forse un terzo sono prontamente sfruttabili.20
 

Gli scisti bituminosi presenti nelle zone degli Stati Uniti del Colorado, Wyoming e Utah, possiedono grandi quantità di kerogen, un materiale organico che può essere trasformato in petrolio e gas. Nei tardi anni ’70 gli Stati Uniti si sono molto impegnati nello sfruttamento degli scisti bituminosi sul versante occidentale delle Montagne Rocciose in Colorado. Quando le quotazioni del petrolio calarono nel 1982, l’industria legata a questo tipo di estrazione ebbe un tracollo. L’Exxon si ritirò dal suo progetto da 5 miliardi di dollari e le altre compagnie fecero altrettanto. Dal momento che estrarre petrolio dagli scisti bituminosi richiede numerosi barili d’acqua per ogni barile di petrolio prodotto, la scarsità idrica potrebbe limitare il ritorno a questa forma di produzione.21
 

L’unico progetto che sta andando avanti è quello relativo alle sabbie bituminose nella provincia di Alberta in Canada. Iniziato nei primi anni ’80, permette la produzione di 1,4 milioni di barili al giorno, sufficienti a soddisfare quasi il 7% del fabbisogno statunitense. Il petrolio prodotto dalle sabbie bituminose non è comunque economico e comporta danni ambientali su vasta scala.22
 

Produrre petrolio dalle sabbie bituminose è infatti un processo che implica l’emissione di grandi quantità di CO2. Riscaldare ed estrarre il petrolio dalla sabbia si basa su un massiccio utilizzo di gas naturale, la produzione del quale ha già raggiunto il picco nel Nord America. Nella veste di analista del picco del petrolio, Richard Heinberg afferma che “attualmente devono essere estratte due tonnellate di sabbia per ottenere un barile di petrolio”. Il bilancio energetico netto è pertanto basso. Walter Youngquist sottolinea che “sono necessari due barili di petrolio dei tre prodotti per compensare l’energia e gli altri costi necessari per estrarre petrolio dalle sabbie bituminose”.23
 
Così, sebbene le riserve di petrolio presenti nelle sabbie e negli scisti bituminosi possano essere vaste, il loro meccanismo produttivo è un processo costoso, lungo e climalterante. Nel migliore dei casi, lo sfruttamento delle sabbie e degli scisti è probabilmente l’unico a poter rallentare il declino in atto nella produzione mondiale di petrolio.24
 

Uno dei fattori influenzanti la produzione petrolifera negli anni a venire, che è il più difficile da prevedere, è il verificarsi di quella che chiamo depletion psychology. Una volta che le compagnie petrolifere o i paesi esportatori si accorgeranno che la produzione è prossima al picco, cominceranno a ragionare seriamente su come prolungare le riserve rimanenti. Apparirà chiaro che persino una moderata riduzione nella produzione petrolifera potrà raddoppiarne le quotazioni mondiali, e il valore nel lungo periodo del loro petrolio apparirà molto più evidente.

 
< Prec.   Pros. >