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PIANO B 3.0 Mobilitarsi per salvare la Civiltà - Perchè un piano B (di Gianfranco Bologna)
Scritto da Gianfranco Bologna   

La necessità di un piano b

 

Nessuna persona sensata oggi può dubitare del fatto che i modelli di sviluppo socioeconomici dominanti siano insostenibili rispetto alle capacità del pianeta di supportarci e sopportarci e che, quindi, sia necessario un urgente cambiamento di rotta. In una situazione di questo tipo diventa indispensabile per l’intera umanità pensare seriamente a un vero e proprio Piano B, a percorsi socioeconomici molto diversi da quelli sin qui perseguiti e alle modalità per attuarli concretamente.
 
Già nel 1972 il primo rapporto al Club di Roma realizzato dal System Dynamics Group del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) aveva chiaramente indicato l’insostenibilità del nostro modello di crescita economica (Meadows et al., 1972). Nella premessa di quel lungimirante volume, il team del comitato esecutivo del Club di Roma, creato e presieduto da Aurelio Peccei (1908-1984), una figura dalle straordinarie qualità umane e intellettuali del quale proprio quest’anno cade il centenario della nascita, e allora composto oltre che da Peccei da Alexander King, Saburo Okita, Eduard Pestel, Hugo Thienamm e Carroll Wilson, scriveva: “Le sue conclusioni (del rapporto, ndr) indicano che l’umanità non può continuare a proliferare a ritmo accelerato, considerando la crescita materiale come scopo principale, senza scontrarsi con i limiti naturali del processo, di fronte ai quali essa può scegliere di imboccare nuove strade che le consentano di padroneggiare il futuro, o di accettare le conseguenze inevitabilmente più crudeli di una crescita incontrollata”.
 
Gli autori del rapporto scrivevano: “Possiamo anticipare le conclusioni che emergono fino a questo punto del nostro lavoro. Non siamo però i primi a fare affermazioni del genere, giacché a conclusioni simili sono pervenuti già da diversi decenni tutti coloro che si sono messi a considerare il mondo nel suo complesso secondo una prospettiva di lunga scadenza (nonostante ciò, la grande maggioranza delle autorità politiche di tutti i paesi sembra indirizzata a perseguire obiettivi che appaiono in contrasto con queste indicazioni).
 
1) Nell’ipotesi che l’attuale linea di crescita continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali), l’umanità è destinata a raggiungere i limiti naturali della crescita entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale.
 
2) È possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe essere definita in modo tale che vengano soddisfatti i bisogni materiali degli abitanti della Terra e che ognuno abbia le stesse opportunità di realizzare compiutamente il proprio sviluppo umano.
 
3) Se l’umanità opterà per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà a operare in tale direzione”. Un Piano B va in questa direzione e dalla pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma sono passati 36 anni.

 

Gianfranco Bologna 

 
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