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PIANO B 3.0 Mobilitarsi per salvare la Civiltà - Perchè un piano B (di Gianfranco Bologna)
Scritto da Gianfranco Bologna   

L’antropocene

 

L’impatto che la continua crescita quantitativa e qualitativa della nostra specie esercita su tutte le complesse sfere del sistema Terra è ormai veramente preoccupante e non fa che confermare quanto il periodo che stiamo attraversando possa essere definito, nell’ambito della geocronologia del nostro pianeta, Antropocene, dalla felice intuizione del premio Nobel per la chimica Paul Crutzen che ha proposto tale definizione già nel 2000 (Crutzen e Stoermer, 2000, Crutzen, 2002).

Questa proposta è ormai ben ufficializzata nella comunità scientifica internazionale che, proprio recentemente, ha fatto presente che il termine può essere accettato dai geologi che elaborano e verificano la scala geologica del nostro pianeta proprio sulla base delle prove sin qui acquisite, a dimostrazione della profonda trasformazione che la specie umana ha esercitato sulla Terra (Zalasiewicz et al., 2008). Tutte le conoscenze scientifiche sino ad oggi raccolte documentano chiaramente che i sistemi naturali sono sottoposti a una straordinaria e profonda modificazione e distruzione dovuta alla pressione umana, basata sulla crescita, materiale, quantitativa e continua del nostro intervento.

Grazie ai dati provenienti dai satelliti che scrutano il nostro pianeta sono state elaborate vere e proprie mappe dell’“impronta umana” sul pianeta (Sanderson et al., 2002). Un’impronta che ha trasformato fisicamente le terre emerse dal 75 all’83% dell’intera loro superficie. Sempre ai primi del 2008, un team di noti scienziati esperti di ecosistemi marini ha concluso un approfondito e interessante lavoro che ha permesso di tratteggiare la mappa globale dell’impatto umano su questa tipologia di ecosistemi (Halpen et al., 2008). La mappa fornisce una straordinaria sistematizzazione dei dati esistenti circa il nostro impatto sugli oceani e i mari del mondo, e il quadro che ne emerge non è certo confortante.

L’analisi del team di studiosi indica che nessuna area può definirsi non influenzata in qualche modo dall’intervento umano e che un’ampia frazione degli ecosistemi marini (il 41%) risulta fortemente impattata da diversi fattori antropogenici. Alcuni ecosistemi marini presentano gli effetti sinergici di numerosi impatti a causa dell’intervento umano di origine terrestre e marina. Tra queste aree il Mare del Nord, il Mare di Norvegia, i mari cinesi orientale e meridionale, i Caraibi orientali, il Mare orientale nord-americano, il Mar Mediterraneo, il Golfo Persico, il Mare di Bering e i mari attorno allo Sri Lanka.

 

Gianfranco Bologna 

 
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