Una nuova economia
Per ottenere l’obiettivo di ridurre il nostro impatto sul pianeta abbiamo bisogno di una vera e propria rivoluzione del sistema economico e dei suoi assunti (Daly, 2001). Necessitiamo di un’economia capace di considerare la sua dipendenza dai sistemi naturali con tutto ciò che ne discende: una contabilità ambientale che integri quella economica, una valutazione economica dei servizi degli ecosistemi, meccanismi di politica economica che consentano di penalizzare le attività, le produzioni e i consumi che danneggiano l’ambiente e di favorire le attività e le produzioni che invece lo rispettano, scelte energetiche compatibili con le esigenze ambientali, una riduzione e un miglioramento di efficienza nei flussi di energia e materie prime nel sistema economico, e altro ancora. Su tutti questi fronti esistono ormai un’ampia letteratura e tante pratiche concrete. Un ambito nel quale si stanno affinando le ricerche riguarda l’interessante campo delle analisi dei flussi dei materiali, cioè la mobilitazione complessiva di risorse che viene effettuata da una determinata nazione e dal suo processo economico e produttivo. Questi studi dimostrano una volta di più l’estrema necessità di disporre di una contabilità ecologica da affiancare alla tradizionale contabilità economica, come base per le decisioni della politica. Il World Resources Institute ha pubblicato nel 1997 un interessante rapporto sul flusso dei materiali nell’economia statunitense, giapponese, tedesca e olandese, in collaborazione con il National Institute for Environmental Studies giapponese, il Wuppertal Institute tedesco e il Ministero per l’Ambiente e la pianificazione olandese (Adriaanse et al., 1997). Nel 2000 il World Resources Institute ha reso noto un altro studio (Matthews et al., 2000), relativo alle medesime quattro nazioni cui si è aggiunta l’Austria, grazie al contributo dell’Institute for Interdisciplinary Studies of Austrian Universities. La ricerca ricorda che, attualmente, i paesi misurano la loro crescita e performance economica attraverso il sistema della contabilità nazionale, che non prevede la misura delle “transazioni” fisiche nell’economia. I politici e i decisori hanno quindi una scarsa idea della richiesta di materie prime delle moderne economie, e dispongono di pochi indicatori in grado di segnalare lo stato di salute delle risorse e dei sistemi naturali. Con l’eccezione degli indicatori di efficienza energetica, poca attenzione viene riservata alle relazioni esistenti tra la richiesta di materie prime e l’output economico. Esaminando i flussi di materiali in Austria, Germania, Giappone, Paesi Bassi e Stati Uniti, lo studio dei cinque istituti di ricerca sviluppa un primo importante modello di contabilità del ciclo dei materiali attraverso il processo di estrazione, lavorazione, utilizzo e produzione di rifiuti. In queste economie industriali una quota compresa fra la metà e i tre quarti dell’input annuale di risorse è restituita all’ambiente sotto forma di rifiuti entro l’anno. L’output di materiali che tornano all’ambiente nei cinque paesi dello studio va dalle 11 tonnellate metriche pro capite annue in Giappone, alle 25 tonnellate pro capite annue negli Stati Uniti. Se a questi flussi si aggiungono i cosiddetti hidden flows (i flussi nascosti, quelli che normalmente non sono mai calcolati, come l’erosione del suolo, la mobilitazione di suolo per attività minerarie, la terra movimentata per costruire ecc.), il totale dell’output di materiali passa dalle 21 tonnellate metriche pro capite annue del Giappone alle 86 degli Stati Uniti. Dai dati raccolti si evidenzia un disaccoppiamento tra la crescita economica e il flusso complessivo di risorse (resource throughput) pro capite e per unità di prodotto interno lordo, ma l’uso globale di risorse e la produzione di rifiuti nell’ambiente complessivamente continuano a crescere. Gli autori concordano nel riconoscere che le analisi dei flussi fisici di materie prime sono di grande utilità e vanno assolutamente tenute in considerazione nelle decisioni politiche. Inoltre è fondamentale migliorare il quadro di conoscenze complessive che diano sempre più conto ai decision maker della necessità di agire per modificare questa situazione non positiva. Oggi queste ricerche sono andate molto avanti proprio perché è sempre più evidente che un prerequisito per avviare percorsi di sostenibilità dei nostri sistemi sociali è costituito dalla riduzione del flusso del metabolismo sociale. Le ricerche degli ultimi anni offrono una notevole quantità di dati per comprendere meglio questo flusso. Nell’ambito di un vasto progetto di ricerca realizzato dall’Unione Europea e definito MOSUS (Modelling opportunities and limits for restructuring Europe towards sustainability) si è provveduto a realizzare il primo assessment mondiale dell’utilizzo delle risorse. I dati dell’estrazione delle risorse, disaggregate per più di 200 categorie di materiali, sono stati compilati per 188 paesi con delle serie di dati dal 1980 al 2002. L’estrazione globale di risorse dagli ecosistemi del pianeta risulta, secondo queste ricerche, cresciuta dai 40 miliardi di tonnellate del 1980 ai 55 miliardi di tonnellate nel 2002 (www.materialflows.net). Rispetto al 1980 oggi si richiede il 25% in meno di risorse naturali per produrre un’unità di valore economico, ma questo guadagno in efficienza è stato sorpassato dal fatto che dal 1980 al 2002 la crescita dell’economia globale è stata dell’82%. Si prevede che il flusso di risorse, se i livelli di consumo continueranno a crescere e se non avranno luogo interventi politici per far declinare questo trend, raggiungerà nel 2020 80 miliardi di tonnellate (Giljum et al., 2007). Dunque gli strumenti conoscitivi e operativi a disposizione della politica cominciano a essere ingenti, e la politica non ha più scuse per non agire. Come affermano Donella e Dennis Meadows e Jorgen Randers nel loro bellissimo volume I nuovi limiti dello sviluppo ponendosi il tema delle transizioni verso un sistema sostenibile: “Ma in che modo, concretamente, ognuno di noi può affrontare questi problemi? In che modo nel mondo può evolversi un sistema capace di risolverli? Vi è qui lo spazio per la creatività e la capacità di scelta. Le generazioni viventi a cavallo del XXI secolo sono chiamate non solo a riportare la loro impronta ecologica al di sotto dei limiti della Terra, ma, insieme, a ristrutturare il proprio mondo, interno ed esterno. Questo processo toccherà ogni ambito della vita e farà appello a ogni sorta di talento umano. Richiederà innovazioni tecniche e imprenditoriali, così come invenzioni a livello comunitario, sociale, politico, artistico e spirituale (...). Il passaggio dal mondo industriale allo stadio successivo della sua evoluzione non è una sciagura, ma una meravigliosa opportunità. Come cogliere questa opportunità, come costruire un mondo che sia non solo sostenibile, efficiente e giusto, ma anche profondamente desiderabile, è qualcosa che riguarda la capacità di guida, l’etica, l’immaginazione e il coraggio: tutte qualità che non appartengono ai modelli per calcolatore, ma al cuore e allo spirito umani”. Questo libro di Lester Brown è un’ennesima dimostrazione di quanto sia possibile cambiare rotta, purché lo si voglia. Un’opera sempre più ampia e approfondita di alfabetizzazione su questi problemi è fondamentale, e tutti sono chiamati a essere protagonisti, e non semplici spettatori. Gianfranco Bologna
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