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PIANO B 3.0 Mobilitarsi per salvare la Civiltà - Capitolo 11 MIGLIORARE L'EFFICIENZA ENERGETICA

11. MIGLIORARE L'EFFICIENZA ENERGETICA

 

Come abbiamo visto nel capitolo 3, si stanno sciogliendo i ghiacciai himalayani che alimentano i maggiori fiumi asiatici durante la stagione secca e qualcuno di essi potrebbe scomparire nel giro di decenni, restringendo le zone adibite alla coltivazione dei cereali. Abbiamo anche sottolineato che, se la calotta glaciale della Groenlandia e della zona occidentale dell’Antartide si dovessero sciogliere, il livello del mare crescerebbe di 12 metri. Gli effetti dello scioglimento dei ghiacci sul cambiamento climatico possono accrescere il numero di paesi in crisi: siamo di fronte a variazioni climatiche che minacciano la stessa civiltà umana e alla necessità di ridurre al più presto e il più possibile le emissioni di anidride carbonica. Non abbiamo bisogno di attendere che si manifestino i futuri innalzamenti della temperatura per capire che siamo nei guai. Lo scioglimento dei ghiacci appena descritto impone un deciso programma di taglio delle emissioni. Uno degli obiettivi del Piano B è quello di ristabilire un giusto equilibrio tra le emissioni di anidride carbonica e la capacità della natura di sequestrarla, attraverso il taglio dell’80% di CO2 entro il 2020. Questo bloccherebbe l’aumento della CO2 in atmosfera, stabilizzandolo sotto le 400 parti per milione (ppm), una crescita modesta rispetto alle 384 ppm del 2007 e si potrebbe quindi contenere l’aumento delle temperature future. Una riconversione economica di tale portata, e da realizzare in tempo per evitare un catastrofico mutamento climatico, è davvero impegnativa, ma come potremo porci nei confronti delle nuove generazioni se non ci proviamo?1

Il nostro piano di taglio dell’80% delle emissioni di CO2 entro il 2020 include lo stop alla deforestazione e uno sforzo forse anche più ambizioso: ridurre drasticamente l’uso di combustibili fossili. Questo ultimo punto tocca due aspetti: l’aumento dell’efficienza energetica per compensare la crescita prevista della domanda, che verrà affrontato in questo capitolo; e lo sviluppo dell’ampio ventaglio planetario delle fonti rinnovabili al fine di ottenere la chiusura di tutte le centrali elettriche alimentate a carbone e a oli combustibili, che verrà trattato nel capitolo successivo .

Nell’esposizione del Piano B si esclude l’opzione frequentemente discussa del sequestro della CO2 nelle centrali elettriche alimentate a carbone. Dati i costi e la scarsità d’interesse degli investitori relativamente a questa tecnologia, è ragionevole dubitare che sarà economicamente praticabile in misura significativa entro il 2020. In modo analogo, non viene considerata una crescita del nucleare. Il nostro presupposto è che l’apertura di nuove centrali nucleari in tutto il pianeta si limiterà a compensare la chiusura degli impianti obsoleti, senza nessun significativo aumento della capacità totale. Se si effettua un’analisi economica complessiva che tenga conto dei costi per lo smaltimento delle scorie radioattive, per lo smantellamento della centrale alla fine della sua vita produttiva, nonché la messa in sicurezza dei reattori per possibili incidenti o per terrorismo, si arriva alla conclusione che creare nuove centrali nucleari in un mercato elettrico competitivo semplicemente non è economicamente vantaggioso. Oltre ai costi economici ci sono delle questioni politiche. Se si afferma che la diffusione dell’energia nucleare è una parte importante dell’assetto energetico del futuro, questo vale per tutte le nazioni o solo per alcune? E nel caso, chi decide la lista delle une e delle altre? E chi infine vigila il rispetto delle liste? Per farsi un’idea, la produzione totale di energia elettrica nel mondo nel 2006 è stata pari a 18.500 miliardi di kilowattora. Di questi, i due terzi provengono da combustibili fossili (il 40% dal carbone, il 6% dal petrolio, il 20% dal gas naturale), il 15% dal nucleare, il 16% dall’energia idroelettrica, e circa il 2% dalle altre rinnovabili. La media del consumo elettrico di una casa negli Stati Uniti raggiunge circa 10.000 kilowattora l’anno, per cui un miliardo di kilowattora è sufficiente ad alimentare 100.000 case negli Usa.2
 
Dal momento che le centrali a carbone forniscono attualmente circa il 40% dell’elettricità mondiale e sono responsabili di oltre il 70% delle emissioni di CO2 del settore elettrico, la prima urgenza consiste nella riduzione della domanda energetica al fine di scongiurare la costruzione di nuove centrali a carbone. Nel prossimo capitolo si illustrerà la via da percorrere per eliminare le centrali a carbone. Questa potrà apparire come un’idea fantasiosa soprattutto ai pianificatori energetici di paesi come Cina e India; diversamente in Europa: la Germania, per citare un esempio, ha diminuito dal 1990 l’uso del carbone del 37% attraverso un miglioramento dell’efficienza e alla messa in opera di nuovi impianti eolici. Il Regno Unito ha tagliato l’uso del carbone del 43%, per lo più sostituito dal gas naturale proveniente dal Mare del Nord.3
 
All’inizio del 2007 negli Stati Uniti, di fronte al previsto avvio di 150 nuove centrali a carbone, cominciò a montare l’opposizione popolare. Lo stato della California, che consuma elettricità proveniente per il 20% al di fuori dei suoi confini, proibì la stipula di nuovi contratti che prevedessero energia prodotta e importata da impianti a carbone. Seguirono molti altri stati, tra i quali la Florida, il Texas, il Minnesota, Washington e il Kansas, che rifiutarono la licenza alle nuove centrali o ne bloccarono la costruzione.4
 
Il futuro del carbone ha subito una storica battuta d’arresto quando, nel luglio 2007, la Citigroup declassò nel suo portafoglio le azioni delle aziende alimentate a carbone e consigliò ai propri clienti di fare altrettanto spostandosi su altri tipi di energia. Nel mese successivo, in agosto, il carbone ha ricevuto un altro colpo quando il leader della maggioranza del Senato americano, Harry Reid del Nevada, che si era già opposto a tre nuove centrali a carbone previste nel suo stato, ha annunciato che avrebbe contrastato ovunque la nascita di nuove centrali a carbone. Attualmente gli analisti finanziari e i leader politici stanno cominciando a dar credito a scienziati come James Hansen della NASA, il quale afferma che non ha alcun senso costruire nuove centrali di questo tipo quando poi dovremo abbatterle tra pochi anni.5

 
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