PIANO B 4.0 | 3.2 Ghiacci che si fondono, mari che si innalzano


I ghiacci del pianeta si stanno fondendo così velocemente che persino i climatologi faticano a stare al passo con il ritmo di ritiro delle calotte glaciali e dei ghiacciai. La fusione delle più estese calotte della Terra, l’Antartide occidentale e la Groenlandia, potrebbe far crescere il livello del mare in maniera drammatica. Se la calotta glaciale groenlandese dovesse fondersi completamente, ciò causerebbe una crescita del livello del mare di circa 7 metri. Lo scioglimento della calotta glaciale dell’Antartico occidentale, la zona più vulnerabile del ghiaccio dell’Antartide a causa dell’esposizione all’aria e all’acqua calda proveniente dall’oceano, provocherebbe un aumento del livello del mare di quasi 5 metri. Molte delle città  costiere mondiali finirebbero sott’acqua e gli oltre 600 milioni di abitanti della costa sarebbero costretti a spostarsi.26

La valutazione delle previsioni riguardanti la calotta glaciale della Groenlandia comincia con l’osservazione del fenomeno di riscaldamento che interessa la regione artica. Uno studio del 2005, intitolato Impacts of a Warming Arctic, è arrivato alla conclusione che la zona artica si sta riscaldando almeno due volte più rapidamente del resto del pianeta. Lo studio, condotto per conto dell’Arctic Climate Impact Assessment (ACIA) da un’équipe di 300 scienziati internazionali, ha scoperto che nelle regioni limitrofe all’Artico, comprese l’Alaska, il Canada occidentale e la Russia orientale, le temperature invernali sono aumentate di 3-4 °C nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Robert Corell, presidente dell’ACIA, sostiene che questa regione “sta subendo uno dei cambiamenti climatici più gravi e repentini del pianeta”.27

In una testimonianza davanti al Senate Commerce Committee (la Commissione del commercio del Senato statunitense), Sheila Watt-Cloutier, a nome di 155 mila Inuit che vivono in Alaska, Canada, Groenlandia e Russia, ha descritto la lotta che conducono per sopravvivere ai rapidi cambiamenti climatici come “la fotografia perfetta di ciò che sta accadendo al pianeta”. Ad esempio, lo scioglimento della banchisa minaccia la vita delle foche che vivono sui ghiacci, fonte di sostentamento fondamentale degli Inuit. Ha poi definito il riscaldamento dell’Artico “un evento determinante per la storia del pianeta”.28

Lo studio dell’ACIA ha sottolineato che il ritiro della banchisa ha conseguenze devastanti sulla vita degli orsi polari, che potrebbero essere addirittura a rischio di sopravvivenza. Uno studio successivo ha infatti evidenziato che questa specie, alla disperata ricerca di cibo, ha cominciato a mostrare comportamenti di cannibalismo. Entro il 2050, i due terzi della loro popolazione potrebbe essere scomparsa.29

Esistono altre dimostrazioni che la banchisa dell’Artico stia sciogliendo più velocemente di quanto previsto. I ricercatori del National Snow and Ice Data Center e del National Center for Atmospheric Research (NCAR), analizzando i dati relativi all’estensione dei ghiacci estivi dell’oceano Artico dal 1953 in poi, hanno concluso che stanno fondendo molto più rapidamente di quanto previsto nei modelli climatici. Hanno scoperto che dal 1979 al 2006 la contrazione estiva della banchisa ha registrato ogni decennio un aumento del 9,1%. Nell’estate del 2007, un anno record per l’intensità  del fenomeno, la banchisa artica si è ristretta fino a raggiungere una superficie più piccola del 20% circa rispetto al precedente primato registrato nel 2005. La recente dimostrazione che questa banchisa, costituita da strati sovrapposti di anno in anno, non recupera spessore durante l’inverno e che quindi si sta assottigliando, incrementa la preoccupazione per il futuro delle calotte polari.30

Walt Meier, un ricercatore del National Snow and Ice Data Center, considera allarmante la riduzione invernale dei ghiacci e afferma che “ci sono buone probabilità ” che l’Artico abbia raggiunto un punto di non ritorno. Alcuni scienziati ritengono che l’oceano Artico potrebbe giungere a essere privo di ghiacci entro l’estate del 2015, ma già  all’inizio del 2009 Warwick Vincent, direttore del Center for Northern Studies alla Laval University, in Quebec, ha osservato che questa evenienza potrebbe avverarsi già  entro il 2013. La ricercatrice artica Julienne Stroeve ha evidenziato che la riduzione della banchisa potrebbe aver raggiunto “un punto critico irreversibile che può innescare cambiamenti climatici a cascata con effetti sulle regioni temperate della Terra”.31

I ricercatori sono da lungo tempo preoccupati per il circolo vizioso che potrebbe prendere il via dalla riduzione dei ghiacci marini. Quando la luce solare colpisce il ghiaccio dell’oceano Artico, fino al 70% viene riflessa nello spazio, mentre il restante 30% è assorbito. Tuttavia, a causa della fusione dei ghiacci artici, la luce solare si trova a colpire una superficie d’acqua molto più scura, cosicché solo il 6% della luce è riflessa nello spazio, mentre il 94% è assorbito e trasformato in calore. Questo effetto albedo ci aiuta a capire l’accelerazione del restringimento del ghiaccio artico e il rapido aumento delle temperature regionali.32

Se tutto il ghiaccio dell’oceano Artico dovesse fondersi, trovandosi già  nell’acqua, il livello del mare non varierebbe, ma ne risulterebbe un riscaldamento significativo della regione artica, poiché una maggior quota della radiazione solare verrebbe assorbita sotto forma di calore. Poiché la Groenlandia si trova per lo più all’interno del Circolo Polare Artico, la sua calotta glaciale, che in alcuni punti è spessa fino a 1,6 chilometri, sta già  iniziando a mostrare gli effetti del riscaldamento.33

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Lo stato di fusione dei ghiacci in Groelandia nel 2005

Numerosi studi recenti testimoniano l’accelerazione della fusione della calotta glaciale groenlandese. Nel settembre del 2006, un’analisi condotta da un gruppo di ricercatori dell’Università  del Colorado, pubblicata sulla rivista Nature, ha rivelato che tra l’aprile del 2004 e lo stesso mese del 2006, la Groenlandia ha perso ghiaccio a un ritmo due volte e mezzo più veloce rispetto ai due anni precedenti. Nell’ottobre del 2006, un’équipe di ricercatori della NASA ha riferito che il flusso dei ghiacciai verso il mare si andava velocizzando. Eric Rignot, un glaciologo del Jet Propulsion Laboratory della NASA ha affermato che “niente di tutto ciò era stato previsto dai modelli numerici, perciò tutte le previsioni del contributo della Groenlandia all’innalzamento del livello del mare sono sottostimate rispetto alla realtà “.34

Verso la fine dell’estate del 2007, gli scienziati riuniti in un simposio a Ilulissat, in Groenlandia, hanno affermato che la calotta glaciale della Groenlandia sta fondendo così rapidamente da provocare leggere scosse di terremoto dovute alla rottura e allo scivolamento in mare di pezzi di ghiaccio di milioni di tonnellate. Il presidente dell’ACIA Corell ha riportato: “Abbiamo osservato una significativa accelerazione della velocità  con cui questi ghiacciai cadono in mare”. Il grande ghiacciaio di Ilulissat (chiamato Jakobshavn Isbrae), sulla costa sud-occidentale della Groenlandia, si muove alla velocità  di 2 metri all’ora su un fronte di 8 chilometri di larghezza e 900 metri di profondità .35

I dati raccolti dai satelliti della NASA mostrano che le piattaforme di ghiaccio galleggianti della Groenlandia nel 2007 si sono ridotte di circa 60 chilometri quadrati. Nell’estate del 2008 questa perdita è aumentata vertiginosamente fino a raggiungere 184 chilometri quadrati, ovvero quasi il triplo. Questa contrazione è stata in parte osservata direttamente da un gruppo di ricercatori della Ohio State University, i quali hanno visto un blocco di 28 chilometri quadrati staccarsi dal ghiacciaio Petermann nella Groenlandia settentrionale. Una crepa più a monte sullo stesso ghiacciaio ha fatto ipotizzare che si sarebbe a breve distaccato un blocco ancor più grande.36

Ciò che un tempo gli scienziati pensavano che sarebbe stato un processo semplice e lineare, per cui una certa superficie delle calotte di ghiaccio fonde ogni anno a causa della temperatura, si è rivelato essere parte di un meccanismo molto più complesso. Quando la superficie ghiacciata inizia a liquefarsi, una parte dell’acqua di fusione filtra in basso attraverso le crepe del ghiaccio stesso e lubrifica la superficie tra il ghiacciaio e le rocce sottostanti. In questo modo si accelerano, sia lo scorrimento del ghiaccio, sia il cosiddetto calving, ovvero il distacco di iceberg che precipitano nell’oceano. L’acqua relativamente calda che fluisce attraverso crepe e mulini glaciali (profondi fori) porta con sé il calore della superficie nelle profondità  della calotta molto più rapidamente di quanto avverrebbe per semplice conduzione.37

Dalla parte opposta del pianeta sta iniziando a fondere anche il ghiaccio antartico, che si estende per una superficie grande quanto la metà  degli Stati Uniti, spesso ben 2 chilometri e che contiene il 70% dell’acqua dolce mondiale. I lastroni di ghiaccio galleggianti formati dallo scivolamento dei ghiacciai dal continente nel mare circostante hanno iniziato a frantumarsi a un ritmo allarmante.38

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  Limiti della banchisa nella zona di Larsen

Il ciclo del ghiaccio, alimentato da una continua neo formazione di ghiaccio sulla terraferma e che termina nella rottura dei lastroni più esterni e nel conseguente distacco di iceberg, non è un fenomeno nuovo. Ciò che è nuovo è il ritmo di questo processo. Perfino i glaciologi più esperti sono sbalorditi dalla sua rapidità . “La velocità  è impressionante” ha affermato David Vaughan, un glaciologo del British Antarctic Survey, che sta monitorando da vicino la piattaforma di Larsen. Lungo la penisola antartica, nelle sue vicinanze, la temperatura media è aumentata di 2,5 °C negli ultimi cinquant’anni.39

Il distacco nel 1995 di Larsen A, un’enorme piattaforma di ghiaccio sulla costa orientale della penisola antartica, fu il segnale che in quella regione stava avvenendo qualcosa di anomalo. In seguito, nel 2000, nella parte meridionale del continente si separò dalla piattaforma di Ross un gigantesco iceberg vasto quasi quanto il Connecticut, con una superficie pari a 11 mila chilometri quadrati.40

Dopo la frattura di Larsen A, il distacco della vicina piattaforma Larsen B non si è fatta attendere molto, dato l’aumento della temperatura nella regione. Quindi lo sprofondamento in mare della sua parte settentrionale, nel marzo del 2002 (n.d.r. vedi animazione da fonte esterna), non è stato un evento del tutto inaspettato. Quasi contemporaneamente si staccò dal ghiacciaio Thwaites un enorme blocco di ghiaccio, delle dimensioni di Rhode Island.41

Nel maggio del 2007, un gruppo di ricercatori della NASA e dell’Università  del Colorado, ha reso pubblici i dati rilevati dai satelliti che mostrano estese zone di neve sciolta all’interno della calotta glaciale dell’Antartico su di un’area vasta quanto la California. Questo fenomeno di fusione nel 2005 si trovava 900 chilometri all’interno, a soli 500 chilometri circa dal Polo Sud. Konrad Steffen, uno dei membri del gruppo, ha osservato che “l’Antartide, a eccezione della penisola antartica, non ha mostrato nel recente passato segni evidenti di surriscaldamento, ma si stanno ora evidenziando i primi segnali in aree molto estese”.42

Le calotte si vanno frantumando a un ritmo inimmaginabile. Sul finire del febbraio del 2008, un satellite della NASA ha registrato la rottura di un pezzo di ghiaccio grande quanto Manhattan, staccatosi dalla piattaforma di Wilkins. Nel giro di dieci giorni, sono andati persi circa 414 degli iniziali 13 mila chilometri quadrati.43

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Immagine ripresa il 10 aprile 2009 dal satelliute NASA MOIDS
Il collasso del ponte di ghiaccio che univa
la Piattaforma di Wilkins all’Isola di Charcot.

Un anno dopo, un satellite della NASA ha registrato l’immagine della caduta in mare di un ponte di ghiaccio, che ha segnato la scomparsa definitiva della piattaforma di Wilkins: ancora un altro pezzo della calotta antartica occidentale che se ne è andato. La NASA segnala che Wilkins è la decima delle piattaforme glaciali che sono collassate in epoca recente.44

Quando queste piattaforme, che si trovano già  per la maggior parte in acqua, si staccano dalla massa di ghiaccio continentale, l’effetto provocato sul livello del mare non è di per sé significativo. Ma senza di esse a fungere da barriera allo scorrimento dei ghiacciai, che normalmente si spostano di 400-900 metri l’anno, il flusso del ghiaccio fuso che si riversa nell’oceano potrà  accelerare, causando l’assottigliamento della calotta glaciale ai margini del continente antartico e contribuendo pertanto all’innalzamento del livello del mare.45

L’accelerazione della fusione delle calotte di ghiaccio della Groenlandia e dell’Antartico occidentale porterà  in questo secolo a una crescita del livello dei mari maggiore di quanto previsto. Le stime dell’IPCC, che ipotizzava un aumento tra i 18 e i 59 centimetri per questo secolo, non tengono completamente conto dei processi dinamici di accelerazione della fusione dei ghiacci in queste due regioni e i ricercatori stanno rivedendo le proprie valutazioni alla luce di questi fenomeni. In un rapporto del 2008 del Climate Change Science Program statunitense si sostiene che l’entità  dell’innalzamento dei mari prevista dall’IPCC è probabilmente sottovalutata. Nel settembre 2008 un gruppo di scienziati, guidati da W. Tad Pfeffer, dell’Institute of Arctic and Alpine Research dell’Università  del Colorado, è giunto alla conclusione che con la continua accelerazione della fusione dei ghiacci, l’innalzamento globale del livello dei mari potrebbe essere compreso tra gli 80 centimetri e i 2 metri entro il 2100.46

L’International Institute for Environment and Development (IIED) ha analizzato gli effetti provocati da un innalzamento del mare di 10 metri, fornendo così un’idea approssimativa di cosa si troverebbe ad affrontare l’umanità  se queste due calotte glaciali cominciassero a scomparire. Lo studio dell’IIED inizia con l’evidenziare che le persone che vivono lungo le coste a livello del mare, o addirittura al di sotto di questa quota, sono attualmente 634 milioni, molte delle quali abitano in città  o nelle aree dei delta fluviali dove si coltiva il riso.47

Uno dei paesi più vulnerabili è la Cina, con 144 milioni di potenziali rifugiati per eventi climatici. Seguono India e Bangladesh, rispettivamente con 63 e 62 milioni di persone. Il Vietnam si avvicina ai 43 milioni e l’Indonesia a 42. Altri paesi tra i primi dieci sono il Giappone con 30 milioni, l’Egitto con 26 e gli Stati Uniti con 23.48

è difficile immaginare l’evacuazione di così tante persone. Alcuni dei rifugiati potrebbero semplicemente spostarsi nel proprio paese in territori ad altitudini più elevate. Altri invece, di fronte a un sovraffollamento dell’entroterra dei propri paesi d’origine, oppure all’inondazione totale delle isole sotto il livello del mare, cercherebbero rifugio altrove. In Bangladesh, che è già  uno dei paesi più densamente popolati, gli sfollati a causa dell’innalzamento del mare sarebbero costretti a espatriare, il che spiega perché la vicina India abbia eretto grandi recinzioni lungo i suoi confini.

I possibili esodi conseguenza dell’innalzamento dei livelli del mare

Alcune tra le città  più grandi del mondo, come Shanghai, Calcutta, Londra e New York, potrebbero essere inondate in parte o del tutto, ma oltre a questo vi è anche la possibilità  di perdere vaste zone agricole produttive. I delta dei fiumi coltivati a riso e le pianure alluvionali asiatiche, compresi il delta del Gange e del Mekong, potrebbero essere sommersi dall’acqua salata, privando così l’Asia di una parte del suo approvvigionamento alimentare.

Simulazione di innalzamento delle acque in New York

 

Simulazione di innalzamento delle acque a Londra

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