PIANO B 4.0 | 9.4 La localizzazione dell’agricoltura


Negli Stati Uniti si assiste a un crescente interesse per il cibo locale, in risposta alle crescenti preoccupazioni per gli effetti sul clima causati dal consumo di alimenti provenienti da luoghi distanti e per i problemi di obesità  e di salute associati a una dieta basata su cibo spazzatura.

Ciò si riflette nella nascita di orti urbani, corsi di orticoltura e mercati dei contadini.60
Il movimento in favore degli alimenti locali è in rapida espansione e sta modificando le diete, che sono sempre più basate su alimenti stagionali e locali. In un tipico supermercato è spesso difficile capire quale sia la stagione in corso, dato che qualunque prodotto è disponibile per tutto l’anno. Con l’aumento del prezzo del petrolio, ciò avverrà  sempre più di rado: la riduzione dell’uso del petrolio per il trasporto dei generi alimentari a lunga distanza, per via aerea, su gomma o per nave, finirà  infatti per rilocalizare l’economia alimentare. Questa tendenza alla localizzazione trova conferma nell’incremento del numero di piccole fattorie verificatosi di recente negli Stati Uniti, che costituisce un’inversione di tendenza rispetto alla concentrazione delle attività  colturali tipica dello scorso secolo. Fra il censimento agricolo del 2002 e quello del 2007, il numero di fattorie negli Stati Uniti è aumentato del 4% raggiungendo circa 2,2 milioni. Le nuove fattorie sono per la maggior parte di piccole dimensioni e gestite da donne, la cui presenza in agricoltura è balzata da 238 mila nel 2002 a 306 mila nel 2007, con un aumento di quasi il 30%.61

Molte delle nuove fattorie riforniscono i mercati locali. Alcune producono frutta fresca e ortaggi esclusivamente per i mercati contadini (farmer’s market) o per la vendita diretta. Altre hanno produzioni specializzate, come gli allevamenti di capre che producono latte, formaggio e carne, oppure si orientano alla floricoltura o alla produzione di legna per camini. Altre sono specializzate in alimenti biologici. Il numero di fattorie che producono alimenti biologici negli Stati Uniti è schizzato da 12 mila nel 2002 a 18.200 nel 2007, con un incremento del 50% in cinque anni.62

L’orticoltura ha avuto un grosso impulso nella primavera del 2009, quando la first lady Michelle Obama, insieme ai bambini di una scuola locale, trasformò in orto una parte del prato della Casa Bianca. Già  in passato era successa una cosa simile. Durante la Seconda guerra mondiale Eleanor Roosevelt piantò un victory garden (orto della vittoria) alla Casa Bianca. La sua iniziativa incoraggiò la creazione di milioni di victory garden, che riuscirono a fornire il 40% dei prodotti freschi della nazione.63

Sebbene in quegli anni fosse molto più facile espandere gli orti privati, dato che gli Stati Uniti erano una società  in gran parte rurale, vi è ancora oggi un enorme potenziale per la diffusione dell’orticoltura, dal momento che i prati erbosi che circondano le residenze americane occupano più di 7 milioni di ettari. Convertirne anche una piccola parte coltivando ortaggi e alberi da frutta potrebbe contribuire a migliorare l’alimentazione.64

Molte città  e cittadine degli Stati Uniti e dell’Inghilterra stanno creando orti collettivi che possono essere utilizzati da coloro che diversamente non avrebbero la possibilità  di coltivarne uno. Fornire spazi per gli orti collettivi è considerato da molte amministrazioni locali un servizio essenziale, al pari degli spazi di gioco per i bambini, dei campi da tennis e degli altri impianti sportivi.65

Molti mercati locali stanno aprendo le proprie porte ai prodotti locali. Forse i più conosciuti sono i mercati contadini, nei quali gli agricoltori portano i loro prodotti. Negli Stati Uniti, il numero dei mercati di questo tipo è aumentato da 1.755 nel 1994 a più di 4.700 a metà  del 2009, quasi triplicandosi in 15 anni. I mercati contadini ristabiliscono quei legami personali fra produttori e consumatori che non esistono all’interno degli impersonali confini del supermercato.66

Negli orti scolastici, i bambini apprendono come viene prodotto il cibo, un sapere che spesso è carente nei contesti urbani, e possono gustare per la prima volta verdura e frutta fresche. Gli orti scolastici forniscono anche cibo sano per le mense scolastiche. La California, leader in questo settore, ha già  6.000 orti scolastici.67

Numerose scuole e università  considerano prioritario l’acquisto di prodotti locali, sia perché sono più freschi, gustosi e nutrienti sia perché questa scelta è coerente con i piani di studio nei settori dell’ecologia che sono sempre più diffusi. Alcune università  fanno il compost dai rifiuti alimentari delle caffetterie e delle mense rendendolo disponibile ai contadini che forniscono loro prodotti freschi. I supermercati stanno stringendo rapporti sempre più stretti con gli agricoltori del luogo. I ristoranti alla moda inseriscono nei loro menu prodotti di provenienza locale. Alcuni supermercati si stanno specializzando nei prodotti locali, e vendono frutta e verdura, carne, formaggio, uova e altri prodotti agricoli.68

Trasportare alimenti da luoghi distanti fa aumentare le emissioni di anidride carbonica e comporta una perdita di sapore e nutrienti. Una ricerca sul cibo consumato nello Iowa evidenziava che i prodotti convenzionali viaggiavano in media per circa 2.600 chilometri, senza considerare gli alimenti importati da altri paesi. Al contrario, i prodotti locali dimostrarono di avere una filiera lunga in genere 80 chilometri, una differenza enorme in termini di consumi di carburante e di emissioni di CO2. Un altro studio effettuato in Canada, nell’Ontario, ha rilevato che i 58 alimenti importati presi in esame avevano viaggiato per circa 4.000 chilometri. I consumatori sono sempre più preoccupati per la sicurezza degli alimenti in un sistema agroalimentare con filiere così lunghe. Questa tendenza ha prodotto un nuovo vocabolo, “localivoro”, che dovrebbe completare la gamma dei più noti termini erbivoro, carnivoro e onnivoro.69

Le preoccupazioni riguardanti gli effetti sul clima del consumo di alimenti trasportati da luoghi distanti hanno spinto la Tesco, la più grande catena di supermercati del Regno Unito, a inserire sui prodotti un’etichetta che riporta il loro impatto in termini di emissioni di gas serra (carbon foot print), dalla fattoria allo scaffale del supermercato.70

La transizione dal modello agro-industriale per la produzione di latte, carne e uova verso quelle fattorie ad attività  miste di allevamento e coltivazione, facilita anche il riciclo di nutrienti che avviene quando gli agricoltori restituiscono il letame alla terra. La combinazione degli alti prezzi del gas naturale, che viene utilizzato per sintetizzare i fertilizzanti a base azotata, e l’esaurimento delle riserve minerarie di fosfato, ha come conseguenza la maggiore importanza che assumerà  in futuro il riciclo dei nutrienti, un settore in cui i piccoli agricoltori che producono per i mercati locali hanno un chiaro vantaggio sugli stabilimenti impostati secondo principi industriali.71

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