Perché serve un Piano B

Verso la rivoluzione della sostenibilità  (di Gianfranco Bologna)


I limiti della nostra crescita sulla terra

Ho iniziato la mia introduzione a Piano B 3.0, pubblicato da Edizioni Ambiente nel 2008, con la seguente frase: “Mentre sto scrivendo questa introduzione sono connesso al sito dell’United States Census Bureau che, nella sua homepage (www.census.gov), presenta il dato in tempo reale degli abitanti nel mondo e negli Stati Uniti. Oggi, 10 maggio 2008 alle ore 17.30, la popolazione mondiale è di 6.666.789.904 abitanti”.

Oggi, 7 marzo 2010 alle ore 17.30, mentre sto scrivendo l’introduzione a Piano B 4.0, il sito dell’United States Census Bureau riporta una popolazione mondiale di 6.807.018.917 abitanti. Secondo, invece, il sito www.worldometers.info, coordinato dal gruppo di ricercatori e volontari organizzati nel Real Time Statistics (www.realtimestatistics.org), la popolazione mondiale è, alla stessa data, di più di 6.830.000.000 individui. I migliori demografi e i più autorevoli centri di ricerca internazionali sul tema ritengono che in questo secolo la popolazione umana andrà  stabilizzandosi e potrebbe probabilmente declinare alla fine del secolo. Ma resta il fatto che la straordinaria crescita della popolazione che ha avuto luogo dal secolo scorso ad oggi, accoppiata alla continua crescita dei nostri sistemi economici, all’inarrestabile crescita della pressione, dell’utilizzo, della trasformazione e della distruzione dei sistemi naturali della Terra e al continuo aumento dei rifiuti e degli scarti prodotti dai metabolismi delle nostre società , ha portato a una società  umana sempre più insostenibile rispetto alle capacità  rigenerative e ricettive dei sistemi naturali che ci sostengono.

Avevamo iniziato il secolo scorso con una popolazione di 1,6 miliardi e lo abbiamo concluso superando i 6 miliardi. Immaginate che cosa ha potuto significare per i sistemi naturali del nostro pianeta, che garantiscono la vita dell’uomo, la continua e crescente pressione, in quantità  e qualità , del numero e dell’incremento dei livelli di consumo di energia e di risorse, in soli cento anni.

Ai primi del 2009, le Nazioni Unite hanno reso noto il nuovo “World Population Prospect: the 2008 Revision” (United Nations, 2009). La Revisione 2008 è il ventunesimo rapporto sul tema pubblicato dalle Nazioni Unite a partire dal 1950 (negli ultimi anni la sua cadenza è biennale) e rappresenta il punto di riferimento internazionale più autorevole sui temi della popolazione e della sua evoluzione nel tempo.

La popolazione mondiale che, come abbiamo visto, ora è di 6,8 miliardi di abitanti dovrebbe raggiungere i 7 miliardi nel 2012 e si prevede che sorpasserà  i 9 miliardi nel 2050.

Più dei 2,3 miliardi di abitanti che si aggiungeranno in questo periodo andranno ad ampliare la popolazione dei paesi in via di sviluppo, i quali si stima possano crescere dai 5,6 miliardi del 2009 ai 7,9 miliardi del 2050. Invece la popolazione dei paesi sviluppati si modificherà  in maniera minima, passando da 1,23 a 1,28 miliardi, e potrebbe persino declinare a 1,15 miliardi in caso non dovesse verificarsi la prevista migrazione netta dai paesi in via di sviluppo (calcolata su una media di 2,4 milioni l’anno dal 2009 al 2050).

La crescita della maggioranza di questa popolazione, il 95%, avrà  luogo nei paesi in via di sviluppo, e l’Africa presenta il tasso di crescita superiore rispetto agli altri continenti, il 2,4% all’anno. Ci si aspetta che la popolazione africana andrà , seguendo la variante media, al raddoppio nel 2050, raggiungendo i 2 miliardi.

Cina, India e Stati Uniti sono i paesi più popolosi del mondo. L’attuale popolazione indiana di 1,1 miliardi dovrebbe raggiungere gli 1,7 miliardi nel 2050, mentre quella cinese, oggi di 1,3 miliardi, dovrebbe toccare gli 1,4 miliardi entro il 2050. Queste due nazioni da sole rappresentano il 37% della popolazione mondiale di oggi. Nel 2006 gli abitanti degli Stati Uniti hanno raggiunto quota 300 milioni e nel 2050 dovrebbero arrivare ai 420 milioni.

Come sappiamo, nel 2008 la popolazione urbana ha sorpassato, per la prima volta nella nostra storia (e probabilmente sarà  un passaggio irreversibile), quella rurale. In più di mezzo secolo la popolazione mondiale urbana è infatti cresciuta dai 732 milioni di abitanti, che erano presenti nel 1950 nelle città  di tutto il mondo, ai 3,15 miliardi del 2005. L’88% della crescita che avrà  luogo dal 2000 al 2030 avverrà  nelle città  dei paesi in via di sviluppo. Un chiarissimo rapporto pubblicato da un gruppo di esperti riuniti dal parlamento britannico ha dimostrato che gli obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals, voluti dai governi di tutto il mondo nel famoso Millennium Summit delle Nazioni Unite del 2000, per sradicare l’estrema povertà  e la fame, per ridurre la mortalità  infantile, per avviare la sostenibilità  ambientale ecc.) non saranno mai raggiunti, o vi sarà  una significativa difficoltà  a raggiungerli, se si continuerà  a ignorare un puntuale lavoro di pianificazione familiare nei paesi in via di sviluppo, destinato soprattutto ai 2 miliardi di persone che oggi vivono con meno di 2 dollari al giorno (Campbell et al., 2007). è questo un impegno previsto nel Piano di implementazione scaturito dall’ultima conferenza delle Nazioni Unite su popolazione e sviluppo, tenutasi a Il Cairo ormai nel 1994 e completamente disatteso.

Oltre alla popolazione aumenta anche il prodotto globale lordo, sebbene la grave crisi finanziaria ed economica che attanaglia le società  umane abbia contribuito a rallentare questa corsa inarrestabile. Nel 2006 il prodotto lordo globale, il totale aggregato di tutti i beni finiti e i servizi prodotti a livello mondiale, ha sorpassato i 65.100 miliardi di dollari (nel 1970 era di 18.600 miliardi di dollari, nel 1980 di 27.600 miliardi di dollari, nel 1990 di 38.100 miliardi di dollari e nel 2000 di 52.300 miliardi di dollari). L’incremento rispetto all’anno precedente (il 2005, durante il quale il PIL globale ha raggiunto i 62.700 miliardi di dollari) è stato del 3,9%, sul quale la crescita del PIL cinese, da sola, ha contribuito per oltre un terzo.

Nel 2008 il prodotto globale lordo ha raggiunto la cifra di 69.000 miliardi di dollari, con un aumento in percentuale che costituisce una decelerazione rispetto alle medie degli anni precedenti a causa della recessione globale che è andata emergendo durante l’anno (Worldwatch Institute, 2009 e 2010).

Il prodotto interno lordo degli Stati Uniti è cresciuto nel 2007 di 2,1% circa, mentre quello della Cina dell’11,7%, una cifra veramente impressionante che si porta dietro enormi problemi ambientali e sociali (basti pensare, per citare un solo esempio, che oggi soltanto l’1% dei 560 milioni di cinesi che vivono in aree urbane respirano aria che può essere definita non inquinata secondo i parametri dell’Unione Europea). La crescita continua del prodotto globale lordo dimostra lo straordinario incremento dei metabolismi dei nostri sistemi sociali e quindi dei flussi di energia, materie prime, risorse naturali, nonché la trasformazione continua di ambienti e le pressioni ecosistemiche esercitate nei confronti dei metabolismi dei sistemi naturali.

Come scrive nel suo ultimo libro Jeffrey Sachs, direttore dell’Earth Institute della Columbia University e Special Adviser del segretario generale delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo del Millennio, con una popolazione in crescita entro il 2050, il prodotto globale lordo potrebbe raggiungere l’incredibile cifra di 420.000 miliardi di dollari. La domanda che sorge spontanea è come sia veramente possibile che si possa continuare su questa strada senza accrescere i rischi di un collasso della nostra civiltà  rispetto alla capacità  della Terra di farsi carico di noi.

L’antropocene

L’impatto che la continua crescita quantitativa e qualitativa della nostra specie esercita su tutte le complesse sfere del sistema Terra è ormai veramente preoccupante e non fa che confermare quanto il periodo che stiamo attraversando possa essere definito, nell’ambito della geocronologia del nostro pianeta, Antropocene, dalla felice intuizione del premio Nobel per la chimica Paul Crutzen che ha proposto tale definizione già  nel 2000 (Crutzen e Stoermer, 2000, Crutzen, 2002).

Questa proposta è ormai ben ufficializzata nella comunità  scientifica internazionale che, proprio recentemente, ha fatto presente che il termine può essere accettato dai geologi che elaborano e verificano la scala geologica del nostro pianeta proprio sulla base delle prove sin qui acquisite, a dimostrazione della profonda trasformazione che la specie umana ha esercitato sulla Terra (Zalasiewicz et al., 2008).

Tutte le conoscenze scientifiche sino ad oggi raccolte documentano chiaramente che i sistemi naturali sono sottoposti a una straordinaria e profonda modificazione e distruzione dovuta alla pressione umana, basata sulla crescita materiale, quantitativa e continua del nostro intervento. Grazie ai dati provenienti dai satelliti che scrutano la Terra sono state elaborate vere e proprie mappe dell'”impronta umana” sul pianeta (Sanderson et al., 2002). Un’impronta che ha trasformato fisicamente le terre emerse dal 75 all’83% dell’intera loro superficie.

Sempre ai primi del 2008, un team di noti scienziati esperti di ecosistemi marini ha concluso un approfondito e interessante lavoro che ha permesso di tratteggiare la mappa globale dell’impatto umano su questa tipologia di ecosistemi (Halpern et al., 2008). La mappa fornisce una straordinaria sistematizzazione dei dati esistenti rispetto al nostro impatto sugli oceani e i mari del mondo, e il quadro che ne emerge non è certo confortante.

L’analisi del team di studiosi indica che nessuna area può definirsi non influenzata in qualche modo dall’intervento umano e che un’ampia frazione degli ecosistemi marini (il 41%) risulta fortemente impattata da diversi fattori antropogenici. Alcuni ecosistemi marini presentano gli effetti sinergici di numerosi impatti a causa dell’intervento umano di origine terrestre e marina. Tra queste aree il Mare del Nord, il Mare di Norvegia, i mari cinesi orientale e meridionale, i Caraibi orientali, il Mare orientale nord-americano, il Mar Mediterraneo, il Golfo Persico, il Mare di Bering e i mari attorno allo Sri Lanka.

Nel 2009, sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, nel numero pubblicato proprio mentre a Pittsburgh aveva luogo il meeting del G20, è apparso un documento di grandissimo valore, non solo scientifico, frutto della collaborazione di 29 tra i maggiori rappresentanti delle scienze del sistema Terra e della scienza della sostenibilità , tra i quali il già  citato premio Nobel Paul Crutzen. Il lavoro è dedicato a sottolineare come il nostro impatto sui sistemi naturali stia facendo preoccupare l’intera comunità  scientifica, perché in molte situazioni siamo ormai vicini a dei punti critici (a delle vere e proprie “soglie”), oltrepassati i quali gli effetti a cascata che ne derivano possono essere devastanti per l’umanità . Per questo motivo i 29 scienziati hanno deciso di tentare di indicare, in questo lavoro, “i confini del pianeta” (Planetary Boundaries) che l’intervento umano non può superare, pena il subire effetti veramente negativi e drammatici per tutti i sistemi sociali.

Il rapporto ricorda che la specie umana ha potuto godere negli ultimi 10.000 anni (nel periodo geologico che stiamo vivendo, definito Olocene dell’era Quaternaria) di una situazione, pur nelle ovvie dinamiche evolutive che interessano tutti i sistemi naturali, di discreta stabilità  delle condizioni che ci hanno permesso di incrementare sia il numero di esseri umani sia le nostre capacità  di utilizzo e trasformazione delle risorse.

Oggi invece, come abbiamo sopra ricordato, ci troviamo in un nuovo periodo definito da Paul Crutzen Antropocene, a dimostrazione di come la pressione umana sui sistemi naturali del pianeta sia diventata talmente pesante da essere paragonabile alle grandi forze geologiche che hanno modificato la Terra durante l’arco di tutta la sua vita.

Gli studiosi segnalano l’esistenza di un grave rischio per l’umanità , dovuto all’inaccettabile cambiamento che abbiamo causato nel passaggio dall’Olocene all’Antropocene.

Questa pressione è oggi a livelli veramente elevati, come dimostrano tutte le ricerche del Global Environmental Change, ed è oggetto di approfondite analisi da parte degli scienziati del sistema Terra (www.essp.org). Pertanto i 29 scienziati individuano nell’analisi pubblicata su Nature che rimanda a un rapporto più esteso, pubblicato sulla rivista Ecology and Society (www.ecologyandsociety.org), nove grandi problemi planetari e sottolineano che per tre di questi le ricerche svolte sin qui dimostrano che siamo già  oltre il “confine” che non avremmo dovuto sorpassare.

Queste nove problematiche sono: il cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, la riduzione della fascia di ozono nella stratosfera, la modificazione del ciclo biogeochimico dell’azoto e del fosforo, l’utilizzo globale di acqua, i cambiamenti nell’utilizzo del suolo, la perdita di biodiversità , la diffusione di aerosol atmosferici, l’inquinamento dovuto ai prodotti chimici antropogenici.

Per tre di questi e cioè cambiamento climatico, perdita di biodiversità  e ciclo dell’azoto, come dicevo, siamo già  oltre il limite indicato dagli scienziati. E gli studiosi definiscono per ognuno di questi tre grandi ambiti tale limite. Per il cambiamento climatico si tratta sia della concentrazione dell’anidride carbonica nell’atmosfera (calcolata in parti per milione di volume, ppm) sia del cambiamento del forcing radiativo, cioè per dirla in maniera molto semplice la differenza tra quanta energia “entra” e quanta “esce” dall’atmosfera (calcolata in watt per metro quadro). Per la concentrazione di anidride carbonica nel periodo preindustriale, eravamo a 280 ppm, oggi siamo a 387 ppm e dovremmo invece scendere, come obiettivo, alla soglia già  superata di 350 ppm (immaginatevi la portata della sfida di questo limite che, tra l’altro, non è stato neanche oggetto di discussione alla deludente conferenza di Copenaghen del dicembre 2009). Per quanto riguarda il forcing radiativo in era preindustriale è stato calcolato “zero”, oggi è 1,5 watt per metro quadro, mentre il confine accettabile viene indicato dagli studiosi a un watt per metro quadro. Su queste tematiche vale la pena leggere il libro Storms of my grandchildren del celebre climatologo James Hansen, direttore del Goddard Institute of Space Studies della NASA e professore alla Columbia University, nonché uno degli autori di questo lavoro apparso su Nature (Hansen, 2009).

Per la perdita di biodiversità  si valuta il tasso di estinzione, cioè il numero di specie estinte per milione all’anno. A livello preindustriale si ritiene che questo tasso fosse tra 0,1 e 1, oggi viene calcolato a più di 100, mentre deve rientrare, come obiettivo, nel confine accettabile di 10.

Per il ciclo dell’azoto si calcola l’ammontare di azoto rimosso dall’atmosfera per utilizzo umano (in milioni di tonnellate l’anno). A livello preindustriale si stima che tale ammontare fosse zero, oggi è calcolato in 121 milioni di tonnellate l’anno, mentre il confine accettabile, come obiettivo, è fissato a 35 milioni di tonnellate annue. Allo stesso modo il team di studiosi segna i “confini”, dove lo ritengono possibile, anche per gli altri sei ambiti prima ricordati (per ogni ulteriore informazione è bene visitare il sito dell’autorevole Stockholm Resilience Centre, www.stockholmresilience.org, i cui direttori Carl Folke e Johan Rockstrà¶m sono tra gli autori del rapporto).

Il ragionamento che conduce ai Planetary Boundaries è lo stesso che sta alla base del concetto degli evidenti limiti biofisici della nostra crescita materiale e quantitativa su questo pianeta

La necessità  di un Piano B

Nessuna persona sensata oggi può dubitare del fatto che i modelli di sviluppo socioeconomici dominanti siano insostenibili rispetto alle capacità  del pianeta di supportarci e sopportarci e che, quindi, sia necessario un urgente cambiamento di rotta. In una situazione di questo tipo diventa indispensabile per l’intera umanità  pensare seriamente a un vero e proprio Piano B, a percorsi socioeconomici molto diversi da quelli sin qui perseguiti e alle modalità  per attuarli concretamente.

Già  nel 1972 il primo rapporto al Club di Roma realizzato dal System Dynamics Group del prestigioso Massachusetts Institute of Technology (MIT) aveva chiaramente indicato l’insostenibilità  del nostro modello di crescita economica (Meadows et al., 1972). Nella premessa di quel lungimirante volume, il team del comitato esecutivo del Club di Roma, creato e presieduto da Aurelio Peccei (1908-1984), una figura dalle straordinarie qualità  umane e intellettuali, e allora composto oltre che da Peccei da Alexander King, Saburo Okita, Eduard Pestel, Hugo Thienamm e Carroll Wilson, scriveva: “Le sue conclusioni (del rapporto, ndr) indicano che l’umanità  non può continuare a proliferare a ritmo accelerato, considerando la crescita materiale come scopo principale, senza scontrarsi con i limiti naturali del processo, di fronte ai quali essa può scegliere di imboccare nuove strade che le consentano di padroneggiare il futuro, o di accettare le conseguenze inevitabilmente più crudeli di una crescita incontrollata”.

Gli autori del rapporto scrivevano: “Possiamo anticipare le conclusioni che emergono fino a questo punto del nostro lavoro. Non siamo però i primi a fare affermazioni del genere, giacché a conclusioni simili sono pervenuti già  da diversi decenni tutti coloro che si sono messi a considerare il mondo nel suo complesso secondo una prospettiva di lunga scadenza (nonostante ciò, la grande maggioranza delle autorità  politiche di tutti i paesi sembra indirizzata a perseguire obiettivi che appaiono in contrasto con queste indicazioni). 1) Nell’ipotesi che l’attuale linea di crescita continui inalterata nei cinque settori fondamentali (popolazione, industrializzazione, inquinamento, produzione di alimenti, consumo delle risorse naturali), l’umanità  è destinata a raggiungere i limiti naturali della crescita entro i prossimi cento anni. Il risultato più probabile sarà  un improvviso, incontrollabile declino del livello di popolazione e del sistema industriale. 2) è possibile modificare questa linea di sviluppo e determinare una condizione di stabilità  ecologica ed economica in grado di protrarsi nel futuro. La condizione di equilibrio globale potrebbe essere definita in modo tale che vengano soddisfatti i bisogni materiali degli abitanti della Terra e che ognuno abbia le stesse opportunità  di realizzare compiutamente il proprio sviluppo umano. 3) Se l’umanità  opterà  per questa seconda alternativa, invece che per la prima, le probabilità  di successo saranno tanto maggiori quanto più presto essa comincerà  a operare in tale direzione”.

Un Piano B va in questa direzione e dalla pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma sono passati ormai 38 anni.

Il valore del Piano B di Lester Brown

Lester Russell Brown è veramente la persona adatta per scrivere un libro come questo. Nel 1980 l’amico Adriano Buzzati Traverso, scienziato di fama internazionale e grande esperto di problemi ambientali (in quel periodo era anche Senior Adviser del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, UNEP), pubblicò nella collana da lui diretta per Sansoni, dal titolo Il Pianeta, l’allora nuovo libro di Lester Brown Il 29° giorno, uscito due anni prima negli Stati Uniti. Un libro straordinariamente lucido e chiaro che poneva in concreto le basi concettuali e operative di ciò che oggi definiamo sviluppo sostenibile. Non si trattava certo del primo libro di Lester Brown pubblicato in italiano. La casa editrice Mondadori, nella sua serie delle Edizioni Scientifiche e Tecniche (EST), aveva già  pubblicato due libri di Brown, I limiti alla popolazione mondiale. Una strategia per contenere la crescita demografica, nel 1974, con una bella premessa proprio di Adriano Buzzati Traverso, e Di solo pane. Un piano d’azione contro la fame nel mondo, nel 1975, scritto in collaborazione con Erik Eckholm.

Proprio Lester Brown nel 1974, quindi solo due anni dopo la pubblicazione del rapporto del Club di Roma sui limiti della crescita, aveva fondato il Worldwatch Institute, un istituto indipendente di analisi integrata dei problemi ambientali, sociali ed economici del mondo, che ha acquisito negli anni una straordinaria fama internazionale, grazie proprio alla principale qualità  di Lester Brown, vale a dire la sua capacità  di lettura transdisciplinare delle problematiche mondiali.

Brown ha fatto scuola trasmettendo questo “stile” a ogni ricercatore dell’Istituto (e in tutti questi anni se ne sono avvicendati parecchi) e facendo diventare i rapporti del Worldwatch dei veri e propri best seller, nonché punti di riferimento della cultura mondiale sull’ambiente e la sostenibilità : primo fra tutti l’annuario State of the World, uscito per la prima volta nel 1984 e tradotto ogni anno in oltre 30 lingue.

I temi che tratta il Worldwatch Institute sono, in buona sostanza, gli stessi sui quali opera sin dal 1968 il Club di Roma, una struttura internazionale informale, costituita da un centinaio di membri provenienti da diverse parti del mondo, tutte figure di notevole spessore intellettuale, con background culturali, formativi e professionali diversi, accomunate dalla preoccupazione per il nostro futuro e per la scarsa capacità  da parte della nostra specie di gestire i problemi che ha provocato.

Pochi anni prima della pubblicazione de Il 29° giorno, avevo avviato un profondo rapporto di amicizia con Peccei e Buzzati Traverso, anch’egli membro del Club di Roma. Successivamente conobbi anche Lester Brown, con il quale ho intrecciato una bella amicizia e un’affascinante collaborazione che mi ha spinto a promuovere l’edizione italiana di quasi tutti i suoi libri. La prima edizione italiana di State of the World è del 1988 e, da allora, ho il piacere di esserne il curatore: un’esperienza che considero una meravigliosa avventura intellettuale. Dal 1998 l’annuario è pubblicato in Italia da Edizioni Ambiente.

I rapporti personali con Peccei, Buzzati Traverso (purtroppo interrotti per la scomparsa di Buzzati nel 1983 e di Peccei nel 1984), Brown e molti altri, mi hanno in qualche modo consentito di vivere l’elaborazione della concezione della sostenibilità  del nostro sviluppo sociale ed economico, che ha visto come momenti ufficiali le due grandi conferenze delle Nazioni Unite: quella su ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro del 1992, e quella sullo sviluppo sostenibile di Johannesburg del 2002. In veste di esperto non governativo della delegazione italiana ho partecipato a entrambe.

Ancora oggi credo che Il 29° giorno sia un libro fondamentale, perché offre oltre all’analisi della situazione in cui ci troviamo anche la proposta di intraprendere una nuova strada, desiderabile e possibile, verso la sostenibilità  della nostra presenza sul pianeta.

Il titolo di quel volume prendeva spunto proprio da un indovinello di cui si servono gli insegnanti francesi per spiegare ai ragazzi la natura della crescita esponenziale (indovinello che fu comunicato da Robert Lattès a Donella Meadows, allora al Massachusetts Institute of Technology di Boston, una delle autrici del primo famosissimo rapporto al Club di Roma, I limiti dello sviluppo). L’indovinello recita: “In uno stagno c’è una foglia di ninfea. Ogni giorno che passa, il numero delle foglie si raddoppia: due foglie il secondo, quattro il terzo, otto il quarto, e così via”. La domanda che segue è: “Se lo stagno si ricopre interamente di foglie il trentesimo giorno, quando si troverà  coperto per metà ?”. La risposta è: “Il 29° giorno”.

Brown si serve dell’indovinello per trattare la tesi centrale del libro: il nostro pianeta può essere paragonato allo stagno di ninfee. Se la presenza umana, sia in termini semplicemente numerici relativi alla crescita della popolazione (quando il libro fu pubblicato nel 1978, la popolazione umana era di 4 miliardi), sia in termini di stili di vita, nonché di utilizzo e trasformazione delle risorse e di produzione di rifiuti, non modifica la sua strada basata sulla continua crescita materiale e quantitativa, allora entro la prossima generazione il pianeta potrebbe trasformarsi completamente, diventando inospitale per l’uomo.

Brown scrive: “Una lettura attenta dei segnali indica che le pressioni sui principali sistemi biologici e sulle principali risorse di energia della Terra stanno aumentando. Sollecitazioni molto forti sono chiaramente percepibili in ciascuno dei quattro principali sistemi biologici: “ le zone di pesca oceaniche, i pascoli, le foreste e le terre coltivate, da cui l’umanità  dipende per il cibo e le materie prime industriali. Se si fa eccezione per i terreni agricoli, sono tutti essenzialmente sistemi naturali, modificati poco o nulla dall’uomo. In grandi aree del mondo, la pressione di una domanda umana crescente su questi sistemi ha raggiunto il punto in cui essa comincia a incidere negativamente sulle loro capacità  produttive. Le discussioni sulle prospettive di crescita economica a lungo termine si sono concentrate in anni recenti sulle risorse non rinnovabili, specialmente su minerali o combustibili fossili. L’attenzione sulle risorse non rinnovabili è stata rafforzata dall’assunto implicito che, poiché le risorse biologiche sono rinnovabili, non era il caso di preoccuparsene troppo. In realtà , invece, si sono andate contraendo le basi tanto delle risorse non rinnovabili quanto di quelle rinnovabili. I sistemi biologici della Terra costituiscono il fondamento del sistema economico mondiale. Oltre al cibo, i sistemi biologici forniscono praticamente tutte le materie prime all’industria, eccezion fatta per i minerali e per le sostanze sintetiche derivate dal petrolio”.

“Quattro miliardi di esseri umani”, ricordo ancora che la versione originale del libro di Brown risale al 1978, “con crescenti aspirazioni esercitano una grande pressione su questi sistemi biologici, spesso soverchiando la capacità  della natura di continuare a far fronte a lungo termine a queste richieste”.

“Il deterioramento dei sistemi biologici non è un problema secondario che interessi soltanto agli ecologi. Il nostro sistema economico dipende dai sistemi biologici della Terra. Tutto ciò che minaccia la vitalità  di questi sistemi biologici minaccia anche l’economia mondiale. Ogni deterioramento di questi sistemi rappresenta un deterioramento delle prospettive dell’umanità “.

“La restaurazione di un rapporto stabile fra l’umanità  e i sistemi naturali che sostengono la vita umana non potrà  non preoccupare gli uomini politici nei prossimi anni e nei prossimi decenni. Gli adattamenti che dobbiamo oggi introdurre nei modelli di consumo, nella politica demografica e nel sistema economico, se vogliamo preservare i sostegni biologici dell’economia mondiale, sono profondi; essi rappresentano una sfida molto impegnativa sia per l’intelligenza dell’uomo sia per la sua capacità  di modificare il proprio comportamento”.

Il libro espone quindi la situazione dei problemi derivanti dalla crescita demografica, dallo sfruttamento energetico, dalla situazione alimentare, da quella economica, dalla distribuzione della ricchezza fra le società  e dalla distribuzione della ricchezza all’interno delle società , per poi dedicarsi alle proposte relative alla necessità  di adattamento tra le dimensioni e i bisogni della popolazione umana e lo stato delle risorse del pianeta, agli elementi fondamentali di tale adattamento e ai mezzi per concretizzarlo.

Scrive Brown: “Il bisogno di adattare la vita umana simultaneamente alla capacità  di rigenerazione dei sistemi biologici della Terra e ai limiti delle risorse rinnovabili richiederà  una nuova etica sociale. L’essenza di questa nuova etica è l’adeguamento: l’adeguamento del numero e delle aspirazioni degli esseri umani alle risorse e alle capacità  della Terra. Questa nuova etica deve soprattutto arrestare il deterioramento del rapporto dell’uomo con la natura. Se la civiltà , quale la conosciamo oggi, deve sopravvivere, quest’etica dell’adeguamento deve sostituire la dominante etica della crescita”.

“La soluzione che daremo al problema di arrestare il deterioramento del rapporto fra la popolazione umana, che oggi conta già  quattro miliardi di individui, e i sistemi e le risorse naturali della Terra, inciderà  su ciò che mangeremo, su quanto pagheremo la casa e su quanti figli potremo avere. Alcuni considereranno i mutamenti che ci attendono con allarme, o anche in termini apocalittici. Altri, fra i quali si schiera l’autore, ritengono che i problemi delineati in questo libro siano solubili, ma che per risolverli in modo soddisfacente sarà  necessaria una dose eccezionale di volontà  politica e di intelligenza”.

L’etica dell’adattamento costituisce proprio uno degli elementi centrali del concetto di sostenibilità  del nostro sviluppo. Un concetto che si è andato evolvendo in questi ultimi tre decenni, producendo una straordinaria e affascinante elaborazione transdisciplinare che, di fatto, sta portando a una vera e propria Sustainability Science, una scienza della sostenibilità  (si veda, tra gli altri, Kates, et al., 2001; AA.VV., 2003; Bologna, 2003 e 2008).

Nel 2001 Lester Brown, che nel frattempo ha lasciato il Worldwatch Institute, alla cui presidenza è succeduto il suo “allievo” Christopher Flavin, ha fondato l’Earth Policy Institute, un istituto di analisi transdisciplinare che ha l’obiettivo precipuo di dimostrare la praticabilità  immediata di una vera e propria eco-economia (come viene analizzata e proposta da anni da molti studiosi che nel 1987 hanno dato vita all’International Society of Ecological Economics). L’istituto in questi primissimi anni di vita ha già  pubblicato tre volumi, tutti scritti da Lester Brown e tutti fortunatamente tradotti in italiano. Il primo intitolato Eco-economy, il secondo Bilancio Terra e il terzo, che qui viene proposto nella sua nuova, aggiornata e fortemente ampliata quarta versione (dopo che Edizioni Ambiente aveva pubblicato già  la prima e la terza), Piano B.

Il Piano B di cui parla Brown in questo volume vuole essere la traccia di un vero e proprio piano alternativo, che dovrebbe essere varato al più presto, per avviare una concreta inversione dell’attuale rapporto negativo esistente tra i sistemi naturali e la specie umana e realizzarne uno nuovo, certamente più positivo e armonico.

La cultura scientifica e transdisciplinare della sostenibilità  sta facendo progressi ragguardevoli, come ci dimostra la stessa opera portata avanti da centri come il Worldwatch e l’Earth Policy Institute. E non può non colpire la constatazione del gap macroscopico che ancora separa questi progressi e l’inadeguata, quando non del tutto assente, risposta politica. La teoria e la prassi della sostenibilità  hanno oggi al loro arco molte frecce, la cui praticabilità  è dimostrata da tanti esempi concreti. La conoscenza scientifica che si sta accumulando sul funzionamento dei sistemi naturali, e sul ruolo dell’intervento umano esercitato su di essi, in seno alla comunità  scientifica ha consentito di raggiungere una convergenza su alcune importanti conclusioni.

Non a caso in occasione della prima Open Science Conference intitolata Challenges for a Changing Earth, organizzata dai grandi programmi internazionali di ricerca sul cambiamento globale nel luglio 2001, da allora riunitisi nell’Earth System Science Partnership per lavorare in maniera maggiormente sinergica, è stata sottoscritta una dichiarazione comune che, tra l’altro, afferma: “I cambiamenti indotti dalle attività  umane nel suolo, negli oceani, nell’atmosfera, nel ciclo idrologico e nei cicli biogeochimici dei principali elementi, oltre ai cambiamenti della biodiversità , sono oggi chiaramente identificabili rispetto alla variabilità  naturale. Le attività  umane sono perciò a tutti gli effetti comparabili, per intensità  e scala spaziale di azione, alle grandi forze della natura. Molti di questi processi stanno aumentando di importanza e i cambiamenti globali sono già  una realtà  nel tempo presente. (…) I cambiamenti indotti dalle attività  antropiche sono causa di molteplici effetti che si manifestano nel sistema Terra in modo molto complesso. Questi effetti interagiscono fra di loro e con altri cambiamenti a scala locale e regionale con andamenti multidimensionali difficili da interpretare e ancor più da predire. Per questo gli eventi inattesi abbondano. (…) Le attività  antropiche hanno la capacità  potenziale di fare transitare il sistema Terra verso stati che possono dimostrarsi irreversibili e non adatti a supportare la vita umana e quella delle altre specie viventi.

Gianfranco Bologna

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