Scenari globali | 7.7 L’ambiente delle megalopoli e l’esternalizzazione del pensiero


Mi occuperò ora dei problemi della vita quotidiana nei prossimi quarant’anni.

Numerosi aspetti materiali seguiranno il corso tradizionale: saranno in molti a spostarsi in abitazioni migliori, più ampie e più salubri. Mangeranno meglio, di più e in alcuni luoghi anche in maniera più sana. Vi sarà un maggiore accesso alla mobilità, sia con automobili private, sia con più trasporti pubblici, aerei e treni. Avranno accesso a servizi sanitari più adeguati, pubblici e privati. I loro gadget saranno energeticamente più efficienti di quelli attuali, ma rimarranno comunque riconoscibili: frigoriferi, automobili, apparecchi di comunicazione digitale (per esempio i futuri ibridi tra televisione, computer e smartphone). Questa maggioranza includerà la popolazione della Cina e delle grandi economie emergenti. Stare meglio nel 2052 non significa che si raggiungerà il livello dello stile di vita dell’occidente contemporaneo, ma che si vivrà meglio nel 2052 rispetto al 2012.

Non credo che questo miglioramento riguarderà le attuali élite globali. In maniera molto grossolana faccio coincidere questo gruppo elitario con chi oggi vive nei paesi OECD e che ha dei consumi che in media si aggirano intorno ai 28.000 dollari annui, quattro volte la media mondiale. Chi appartiene a questo gruppo sperimenterà una stagnazione o persino un declino, in modo particolare dopo il 2030. Non abiteranno in case più grandi o migliori, non mangeranno di più, non si sposteranno più lontano e probabilmente saranno meno sani, non in conseguenza di malattie infettive o per l’artrosi, ma per patologie causate dallo stile di vita come l’obesità, il diabete e il cancro. La ragione fondamentale, ancora una volta, è il costante declino della produttività negli anni a venire e la necessità di investimenti extra per affrontare le sfide legate all’inquinamento, alla scarsità delle risorse, al cambiamento climatico e alle diseguaglianze.

Tuttavia c’è una cosa che la maggior parte dei cittadini di tutto il mondo avrà in comune, è questa cosa è la vita urbana, ben diversa da quella di un villaggio in cui si coltiva la terra a contatto con gli animali e la natura. La quotidianità sarà per lo più spesa in appartamenti in grandi città. Si lavorerà in uffici, negozi o in centri di cure. E i momenti ricreativi diventeranno sempre più virtuali (attraverso le televisioni del futuro che permetteranno giochi in condivisione), sebbene io abbia dei dubbi sul fatto che possa scomparire l’usanza di bere una birra in un pub vicino casa. Ogni paio d’anni si faranno dei viaggi verso qualche località turistica, affollata di masse di visitatori in fila per vedere panorami, comprare souvenir e scattare quelle che saranno gli equivalenti delle attuali fotografie.

Il fatto che l’80% della popolazione mondiale vivrà in ambienti urbani avrà conseguenze enormi sull’agenda politica, che si concentrerà sempre più sui problemi degli abitanti delle città: il traffico, la qualità dell’aria, il rumore, le fognature, l’acqua e l’energia. L’urbanizzazione guiderà uno dei più importanti progressi dei prossimi quarant’anni, ovvero la riduzione della fertilità totale, cioè il numero di figli per donna.

La tendenza a un’urbanizzazione crescente verrà rafforzata dai cambiamenti climatici in due maniere. Primo, chi abita in città emette meno gas serra rispetto a chi vive in periferia, in conseguenza delle ridotte necessità di spostamento individuale. Il costo climatico del trasporto di enormi quantità di cibo e acqua verso le città è inferiore al costo climatico dei lunghi tragitti dei pendolari dalle residenze rurali ai luoghi di lavoro in città e viceversa. In secondo luogo, è più economico (per persona) difendere una megalopoli dalle manifestazioni meteorologiche estreme, piuttosto che proteggere molti insediamenti sparsi in campagna. Una diga cittadina può difendere milioni di persone dall’innalzamento del livello del mare.

La razza umana tenderà a rifugiarsi nelle città perché le popolazioni preferiscono la vita dei grandi agglomerati urbani rispetto alla tranquillità della vita rurale, perché le città sono più facili da difendere contro i nemici naturali e umani, e perché la maggior parte dei territori isolati saranno danneggiati dal cambiamento climatico. Alcune aree andranno incontro alla siccità, altre verranno inondate di frequente. Altre zone ancora verranno devastate dagli incendi. Altri luoghi ancora saranno meno attraenti perché al posto dell’ecosistema originale e armonioso se ne sarà creato uno nuovo, come conseguenza della risalita delle zone termiche verso i poli (entro il 2052 nell’emisfero settentrionale si saranno spostate circa 200 chilometri a nord).

Il mondo del futuro sarà urbanizzato, con valori e prospettive di stampo urbano. Sarà più simile a New York che alla California, a Chongqing piuttosto che al Tibet, a Parigi più che alla Costa Azzurra, a Johannesburg piuttosto che alla Garden Route. La visione 7.1, “La vita nelle megalopoli e l’esternalizzazione del pensiero”, anticipa quella che potrebbe essere la vita di questi luoghi, sia fisicamente sia spiritualmente.


Visione 7.1 – la vita nelle megalopoli e l’esternalizzazione del pensiero (di Per Arild Garnåsjordet & Lars Hem)

Le città del futuro

Nel 2052 la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in grandi città. Molte di queste saranno assai popolose (da dieci a quaranta milioni di persone). Inoltre, buona parte delle città più piccole (da uno a cinque milioni) saranno circondate da enormi aree urbanizzate strettamente connesse alle infrastrutture di quelle più grandi. Nel mondo industrializzato, le infrastrutture si svilupperanno in modo che le persone possano muoversi e incontrarsi agevolmente. Nelle società meno industrializzate, le grandi città saranno divise in due tipi di comunità, come lo sono già oggi: il centro (o più centri) sarà connesso al mondo industrializzato e sarà dotato di infrastrutture adeguate. La periferia sarà invece composta da estese baraccopoli, fondamentalmente senza infrastrutture. Esisteranno quindi “città dorate” costellate da pianeti di quartieri poveri.

Tuttavia questi quartieri saranno più integrati nell’economia generale di quanto non lo siano oggi. All’interno delle megalopoli si farà strada una nuova divisione del lavoro. Una parte dei quartieri poveri potrà per esempio specializzarsi nelle attività del riciclo, come possiamo osservare già oggi in alcune delle grandi città indiane, mentre altre zone potranno impegnarsi nella pratica dell’agricoltura intensiva. Attualmente il 30% del cibo consumato a Kampala è prodotto all’interno dell’area metropolitana.

La gigantesca popolazione delle megalopoli del 2052 sarà parte integrante della società globale, anche se la maggior parte delle persone trascorrerà la propria esistenza nella comunità locale, che rappresenterà la cornice stabile in cui vivere il quotidiano e da cui ricavare la propria identità, in misura superiore alla stessa megalopoli. La struttura multicentrica faciliterà lo sviluppo di tradizioni culturali specifiche e aiuterà a formare la comunità di riferimento per i bambini, i quali necessitano di un mondo sociale riconoscibile che li accompagni nella transizione dall’infanzia al ruolo di cittadini.

La megalopoli sarà diversa dalla città contemporanea per due motivi. Il primo è la grandezza e la varietà culturale interna e il fatto che rimarranno solo piccoli pezzetti di un mondo rurale a fare da contrappeso, sia politicamente sia culturalmente. Le megalopoli costituiranno il mondo sociale per la stragrande maggioranza della popolazione e saranno la cornice dell’esistenza sociale della specie umana, e assumeranno un’importanza maggiore dello stesso stato-nazione nel quale sono fisicamente ubicate. Già oggi possiamo percepirlo quando si dice che si va a New York o a Los Angeles e non negli Stati Uniti.

L’esternalizzazione del pensiero

L’altra grande differenza rispetto alle città contemporanee è che Internet sarà più facilmente accessibile a tutti i residenti delle megalopoli, accanto alle infrastrutture tradizionali come i servizi sanitari, le strade e l’energia. I bisogni della società e le aspirazioni dei cittadini saranno inquadrati dall’esternalizzazione dell’intelligenza umana permessa da un accesso Internet onnipresente.

L’accesso stabile alla rete ridurrà l’analfabetismo di base nelle megalopoli. Il risultato sarà un incremento del talento delle persone e la possibilità di accedere alla comunità mondiale, il che contribuirà alla crescita economica e all’accelerazione del cambiamento locale delle società. Ma la più radicale e imprevedibile mutazione avrà luogo nella mentalità delle persone, che vorranno vivere le proprie vite in connessione continua alla rete. Molti di noi già lo fanno, ma come un’abitudine acquisita e non dalla nascita. Crescere in presenza di un’esternalizzazione delle capacità cognitive attraverso una connessione permanente alla rete è un altro discorso. Cambieranno la percezione del proprio io e la formazione emotiva, la base dell’orientamento cognitivo e le strategie di gestione delle situazioni.

Crediamo che nel corso dei prossimi quarant’anni si assisterà a un’evoluzione parallela delle megalopoli e della mente umana, continuamente connessa in rete. Le megalopoli diverranno uno spazio di vita paradigmatico per gli esseri umani, e la connessione permanente inquadrerà i modi in cui le persone affrontano psicologicamente e prosperano in questo spazio. Andiamo ad analizzare alcune delle conseguenze.

Educazione dei bambini

Nel mondo occidentale le diverse società hanno subito una trasformazione costante per tutta la loro storia, ma si è dovuto arrivare alla seconda metà del XX secolo perché il cambiamento raggiungesse un ritmo tale che la maggior parte dei genitori ora sa che i propri figli vivranno in un mondo profondamente diverso dal loro. I genitori sanno anche che non potranno conoscere la maggior parte di questo nuovo mondo futuro. Dato che noi possiamo insegnare ai bambini soltanto quello che già sappiamo, un punto fondamentale nei discorsi sull’educazione è l’insegnare ai bambini di prendersi la responsabilità per quello che hanno bisogno di imparare e conoscere.

Sempre tracciati

Il tradizionale confine psicologico ed epistemico tra ciò che è scritto e quello che si dice è già oggi indistinto – e in risposta a questo fenomeno sono in via di sviluppo nuove norme sulla responsabilità, la privacy e la condivisione emozionale. La comunicazione informale sotto forma di messaggi di testo, email e social media è differente perché registrata e potenzialmente sempre tracciata. Le dichiarazioni di circostanza e le bugie nella comunicazione informale sono a rischio costante di rivelazione quando vengono digitalizzate. E si arriva a un paradosso: ciò che è archiviato elettronicamente è meno stabile di ciò che è registrato su carta. Quest’ultimo dura per secoli, mentre nel primo caso deve essere rigenerato ogni dieci anni circa.

Una realtà globale

Internet è un media senza frontiere, e la comunicazione che viaggia sulla rete proviene da ogni luogo, il che implica una percezione del sé profondamente differente: quello di chi fa parte di multipli network virtuali è più sfocato rispetto a quello di chi è in relazione con un solo posto fisico.

Conclusione

Le megalopoli saranno l’ambiente fisico e sociale per la vita della maggioranza degli esseri umani nel 2052. Sarà un ambiente diverso e fluido, senza confini netti tra i luoghi e senza strutture sociali e ideologie che possano dare indicazioni su come dovrebbe essere la vita di ognuno. Sarà un ambiente con poche necessità stabili e di opportunità indefinite e senza limiti. Gli abitanti delle megalopoli verranno plasmati da una connessione a internet permanente, anch’essa con pochi vincoli e piena di opportunità. La loro mentalità sarà differente dalla nostra sotto molti aspetti.

Per Arild Garnåsjordet (norvegese, nato nel 1945) è geografo e ricercatore presso Statistics Norway. Dal 1995 al 2006 è stato amministratore delegato per Asplan Viak, un’importante azienda di consulenze in pianificazione urbana e regionale. Lars Hem (norvegese, nato nel 1945), dottore di ricerca, è professore associato di psicologia clinica presso il dipartimento di psicologia della Aarhus University e specialista e supervisore in psicoterapia. Ha scritto libri sulla teoria della scienza, di psicologia sociale e sul sonno REM.


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Traduzione Dario Tamburrano

 

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