Scenari globali | 7.6 Redistribuzione obbligata

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Guardando il mondo nel 2012 è difficile sottrarsi alla conclusione che le diseguaglianze siano in aumento. Ogni giorno che passa una élite diventa più ricca a una velocità che sfugge alla nostra comprensione. Altri si trovano in una situazione di stallo che perdura anno dopo anno. E altri ancora perdono il proprio lavoro e scivolano giù nella scala gerarchica. Come conseguenza, si registrano crescenti iniquità e tensioni sociali.

Finché si è avuta una crescita veloce, una parte delle tensioni venivano stemperate dal fatto che ognuno progrediva, magari senza grandi balzi, ma almeno verso l’alto e in sincronia con i colleghi e le persone vicine. Ma nei prossimi quarant’anni i consumi pro capite rallenteranno, per poi stagnare, e ancora peggio, cominceranno a declinare, e queste tensioni non potranno essere più allentate distribuendo fette di una torta in espansione. L’unica soluzione sarà pertanto la redistribuzione della torta esistente. Il che significa togliere ai ricchi per dare ai poveri.

Prevedere esattamente dove e quando avverrà, in seguito alla redistribuzione delle ricchezze, il rilascio di queste tensioni, è molto più difficile di quanto non fosse prevedere l’inizio della Primavera araba o il collasso dell’Unione Sovietica. Ma il fatto che sia difficile prevederne i dettagli non rende il fenomeno meno probabile. È solo una questione di tempo e circostanze.

Esiste un certo numero di squilibri che saranno risolti nei prossimi quarant’anni. Alcuni sono così marcati che è difficile credere che esistano da generazioni. Ma uno sguardo veloce alla storia mostra che le diseguaglianze spesso permangono per centinaia di anni, come nella Russia degli zar, o per millenni, come è accaduto nel corso del dominio delle dinastie cinesi, quando l’imperatore e la sua famiglia vivevano in un mondo fantastico costruito sul sudore di decine di milioni di contadini. Quindi, anche quando l’ingiustizia dura da molto tempo, non necessariamente scoppiano rivolte, specie se l’élite difende con violenza i propri privilegi.

Le crescenti differenze di salario tra i dirigenti delle aziende e i comuni lavoratori delle più ricche società per azioni del mondo sono un caso interessante. Oltre alla consuetudine, non esiste altro motivo per cui proprietari e consigli di amministrazione debbano pagare stipendi esorbitanti ai propri presidenti e amministratori delegati. Si tratta di lavori che potrebbero essere svolti da moltissime persone per molti meno soldi, se solo non esistesse la consuetudine di pagare così tanto. Alcuni sostengono che questi salari siano determinati dal mercato. Se fosse così, si tratta di un buon esempio di fallimento del mercato stesso. Non vi è alcun dubbio infatti che la società trarrebbe vantaggio dalla riduzione dei compensi dei CEO e dei presidenti.

Sarà difficile programmare una diminuzione degli stipendi. Ci sarebbe bisogno di un’azione da parte del gruppo dei proprietari, che ha sempre mostrato una scarsa volontà di coordinarsi. Un contributo potrebbe venire dai soggetti istituzionali e dai gestori di fondi sovrani, che hanno legami molto tenui con i vertici delle aziende. Tuttavia anche questi soggetti potrebbero scegliere di non fare nulla se l’attenzione dovesse spostarsi sulle paghe del settore finanziario, dove regna una grande iniquità.

In tutto il mondo cresce poi la diseguaglianza tra una minoranza di disoccupati e la maggioranza di chi ha un posto di lavoro. Questa distanza si è parzialmente ridotta nel corso degli ultimi quarant’anni, grazie all’introduzione nel mondo industrializzato delle indennità di disoccupazione. Ma per i disoccupati il dramma peggiore è proprio continuare a rimanere tali, e questo problema colpirà sempre più persone quando il tasso di crescita comincerà a declinare nel corso dei prossimi quarant’anni. La disoccupazione aumenterà e vi sarà bisogno di indennità sempre più sostanziose e numerose, cosa che si tradurrà necessariamente in tasse sempre più alte per coloro che hanno un lavoro. Forse un parlamento democratico non ha alcun obbligo di risolvere il problema di una minoranza qualsiasi, in questo caso quella dei disoccupati, ma credo di poter prevedere che questi ultimi solleveranno sufficiente trambusto (se così vogliamo chiamarlo) da beneficiare di una parte della torta significativamente più grande, pur non contribuendo a essa. Le proteste in Grecia contro i tagli nel 2011 sono un caso emblematico.

C’è un’altra questione che probabilmente si aggraverà negli anni a venire: quella della generazione che è chiamata a pagare per il debito nazionale accumulato dai loro genitori e per le loro pensioni. Il boccone è reso ancora più amaro dal fatto che ai giovani viene chiesto questo proprio quando devono affrontare un costo delle abitazioni così alto che non possono permettersi il tipo di casa nella quale risiedono i loro genitori. Sarei molto sorpreso se una tensione di questo tipo non sfociasse in qualche forma di “redistribuzione obbligata”, il che semplicemente significa che qualcuno che ha prestato dei soldi non li rivedrà indietro; e che qualcun altro che si aspettava una pensione ragionevole non ne potrà godere. Anche in questo caso è difficile stabilire quando e dove avverranno le rivolte, ma suggerisco di cominciare a prestare attenzione ai posti dove sono alti sia i debiti sia le pensioni, e dove gli oneri da sopportare sono in crescita.

Non saranno rivolte circoscritte alla parte ricca del mondo; si possono osservare tensioni emergenti tra le masse e i nuovi ricchi miliardari cinesi, gli oligarchi russi, i re sauditi, i baroni della droga messicani e colombiani. Alcune élite lotteranno per mantenere la loro fetta, mentre altre potrebbero cederla gradualmente. Ma molte di queste diseguaglianze caleranno dopo il 2052, in conseguenza della frustrazione accumulata nelle masse a causa del calo dei propri consumi. L’effetto sarà una temporanea interruzione e un ulteriore rallentamento della crescita della produttività lavorativa.

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Traduzione Dario Tamburrano

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