Scenari globali | 7.3 Tensioni causate dai consumi in declino

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La stagnazione e il conseguente declino dell’economia globale rappresentano un enorme vantaggio per il pianeta. Se saremo fortunati, i danni causati dal superamento dei limiti (il cambiamento climatico, la distruzione della biodiversità e la dispersione di sostanze tossiche nell’ambiente globale) saranno riparabili nella seconda metà del XXI secolo con enormi investimenti, a patto però che non si inneschi un cambiamento climatico autorinforzantesi.

Il picco e il declino della torta totale si manifesteranno in modo completamente differente tra le varie regioni del mondo. Il consumo medio di risorse sarà superiore nel 2052. Ma questo in media; i dettagli della mia previsione mostrano che nei prossimi quarant’anni questa media sarà composta da qualche ricco che diverrà povero, e da molti dei poveri che viceversa diventeranno più ricchi. Il consumatore medio globale nel 2052 avrà qualcosa come il 70% in più da spendere rispetto a oggi. Ma se alcuni redditi in Cina cresceranno bruscamente, ciò significa che altri avranno di meno rispetto a oggi. I primi paesi a perdere saranno quelli OECD, con in testa gli Stati Uniti.

Un motivo per cui il consumo pro capite stagnerà è che cresceranno sia gli investimenti obbligatori sia quelli volontari. Di fronte alle crescenti minacce rappresentate dall’inquinamento e dalla deplezione delle risorse, le nazioni allocheranno una frazione crescente della propria produzione per contrastare queste calamità. E quando queste si manifesteranno, come accadrà con frequenza crescente dopo il 2030, gli investimenti per riparare i danni dovranno essere ulteriormente incrementati. Come risultato, la produzione di beni di consumo e di servizi declinerà, mentre la popolazione sarà impegnata a riparare i danni ambientali e a compensare la scarsità delle risorse. Questa situazione ricorderà quella dell’Unione Sovietica degli anni Cinquanta e Sessanta, incentrata sull’industria pesante a spese dei beni di consumo.

Anche i consumi verranno depressi da una ridotta crescita della produttività. E purtroppo da qui prende il via un feedback positivo: la stagnazione porta a una contrazione della crescita. Questo fenomeno non si verifica immediatamente, ma sul lungo termine, poiché sul breve la perdita di un occupato normalmente incrementa il profitto per quelli che mantengono il lavoro. Quando la crescita della torta economica rallenta per anni, la distribuzione del reddito e del benessere diventano iniqui. Le classi povere ci rimettono e aumenta la loro distanza da quelle ricche. Ciò di norma causa tensioni sociali e nei casi peggiori porta a conflitti, che inevitabilmente rallentano la crescita della produttività. A sua volta ciò frena la crescita del PIL, riduce ancora la torta da spartire e genera ancora più scontri e un ulteriore rallentamento della crescita. Fino a quando questa spirale non viene fermata da politiche lungimiranti o da qualche forma di redistribuzione, la società si cristallizza in quella che è definibile come “sindrome da crescita lenta”.

Temo che questa sindrome caratterizzerà le nazioni ricche nel corso della prossima generazione. Gli effetti saranno particolarmente pesanti nelle economie di libero mercato che hanno bassi livelli di tassazione e che tradizionalmente sono poco propense alla redistribuzione. In questi casi la disoccupazione e le diseguaglianze rallenteranno la crescita della produttività lorda. La situazione sarà migliore nelle economie con una solida rete di servizi e ammortizzatori sociali. In questi casi è più semplice evitare le turbolenze ridistribuendo la ricchezza e quindi mantenendo la crescita della produttività. Quanto affermato trova riscontro negli alti tassi di crescita delle economie social-democratiche (qualcuno direbbe socialiste) dei paesi scandinavi, in cui un’alta pressione fiscale ha permesso la realizzazione di un’estesa rete di servizi in grado di fornire una rete di supporto per ogni aspetto della vita, dalle cure sanitarie alla disoccupazione, dalla maternità all’istruzione e cura degli anziani fino al reinserimento di coloro che sono usciti dal mondo del lavoro.

Questo lento declino dei consumi pro capite farà passare un brutto periodo ai paesi ricchi. Si provi a chiedere agli operai dell’industria automobilistica di Detroit, i quali nell’ultimo trentennio non hanno beneficiato di nessun incremento reale di stipendio, come si sentirebbero se questo accadesse anche per i prossimi 40 anni. L’effetto indiretto di tutto questo è ancora peggiore: una crescita lenta è causa di maggiore diseguaglianza, che a sua volta sfocia in tensioni e quindi rende più difficoltoso il miglioramento della produttività lavorativa e la crescita del PIL.

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Traduzione Dario Tamburrano


 

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