Scenari globali | 8.1 Frammentazione: una maggiore attenzione 
alle soluzioni locali


Negli ultimi due decenni, in molti hanno iniziato a credere che la “globalizzazione” potesse continuare per sempre fino a creare un mondo uniforme, con poche differenze tra i confini nazionali. La globalizzazione è stata favorita dallo sviluppo di istituzioni quali la World Trade Organization, che opera per la riduzione delle barriere commerciali, e l’Unione europea, che al suo interno assicura la libera circolazione di lavoro e capitali. Ma questo processo di uniformazione ha parecchi limiti, come dimostrato dal fatto che da quasi 15 anni oltre 190 paesi stanno cercando di raggiungere un accordo sulla riduzione delle emissioni di gas serra che riformi il Protocollo di Kyoto. Si tratta della stessa mancanza di progressi che caratterizza i negoziati commerciali di Doha sulla liberalizzazione della circolazione dei servizi.

Sebbene io creda che la globalizzazione sia destinata a tramontare, non penso che ciò comporterà un definitivo declino del commercio globale, che semplicemente crescerà meno in fretta di quanto viene considerato ottimale da un punto di vista economico. Tuttavia, gli scambi rimarranno sufficientemente liberi da poter facilitare sul lungo periodo l’armonizzazione dei costi del lavoro; liberi a sufficienza da continuare a spostare molte delle attività produttive verso le nazioni a basso reddito, aumentando così sul lungo periodo il loro costo del lavoro e il reddito a disposizione; e infine sufficientemente libero da assicurare che i paesi a basso reddito possano gradualmente raggiungere quelli ricchi. Ma via via che i redditi cresceranno, le persone diventeranno più attente a salvaguardare lo status quo e preferiranno sacrificare gli introiti derivanti dal commercio in cambio della protezione delle proprie tradizioni culturali e della loro identità nazionale. Il libero commercio avrà i suoi nemici che proveranno sempre a ostacolare la mano invisibile.

L’attenuarsi della centralità del calcolo puramente economico nelle società più ricche è un fenomeno altrettanto rilevante, poiché si aggiunge a tutte le altre forze che stanno rallentando la crescita della produttiva in queste stesse società. Meno commercio – mantenendo inalterato il resto – significa minore utilizzo dei vantaggi comparati e una minore crescita della produttività.

Nelle società benestanti la crescita di attenzione per i valori culturali ostacolerà l’allargamento dei mercati comuni e la fusione in unità economiche sempre più ampie. Il crescente interesse nei confronti di valori non strettamente economici potrebbe anche condurre alla frammentazione delle istituzioni esistenti. Ne è un esempio la possibile disgregazione dell’Unione europea, come conseguenza di attitudini molto diverse tra le aree settentrionali e quelle meridionali rispetto alla vita, al lavoro, alla felicità. All’estremità opposta dello spettro dei redditi, i paesi dell’Asia orientale si stanno muovendo nella direzione opposta, e cercano di formare un mercato comune del sud-est asiatico, costituito da nazioni molto più povere.

E, a una scala ancora più piccola, alcune regioni all’interno di alcune nazioni si concentreranno sulla gestione della loro inevitabile decrescita. Di fronte all’instabilità economica globale e al ridotto accesso all’energia a basso costo proveranno a creare una qualche forma di resilienza regionale. E per realizzare questo obiettivo, metteranno in piedi sistemi basati sulla produzione locale di cibo ed energia e programmi per il rafforzamento delle economie locali e regionali.

La visione 8.1, “La Scozia aderisce alla nuova Europa”, presenta una quadro provocatorio dei possibili effetti che il desiderio di autonomia potrebbe provocare in Europa nei prossimi quarant’anni.

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Traduzione Dario Tamburrano

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